-Un Giuda senza fine-

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Vorrei tanto poter dire del Tradimento ed insieme a questo non potrei fare a meno di dire dell’Amore, della Fiducia.
Perchè cosa altro è il tradimento se non l’inciampo di una fiducia? Ma puo’ qualcosa di eterno, di immutabile, andare soggetto al tradimento?
Si dice che si tradisce per svariati motivi, tra i quali si include l’opportunismo, il prevalere di un proprio interesse, l’essere sopraffatti da una paura e si fanno ricadere tutte queste debolezze nell’ambito di qualcosa che si concettualizza come imperfezione umana. Si fa un gran parlare di questa, le varie Chiese con alla testa quella cattolica ne hanno fatto il cavallo di battaglia. Siamo tutti peccatori, tutti umani che tramite la mediazione del sacerdote rappresentante Dio, possiamo depurarci dai nostri peccati ed ascendere a piu’ elevate altezze. Certo c’è chi viene chiamato a questo compito, gravoso e sublime allo stesso tempo, coloro ai quali si attribuisce il potere di mediare con l’Altissimo, poi non si comprende se a questi ultimi è riservato un particolare posto d’onore anche nell’al di là, ma non è questione che ci interessa, per ora, almeno.

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Si dice quindi, comunemente, che si tradisce a causa di una particolare debolezza umana. Continuo a chiedermi se ciò sia possibile.
Senz’altro i rapporti umani sono soggetti a variazioni; persone che sembrano andare molto d’accordo possono decidere di interrompere le frequentazioni, persone che dicono di amarsi possono
poi sciogliere il vincolo e proseguire ognuna su strade diverse e non incontrarsi addirittura mai piu’ nella vita.
A me questa cosa risulta strana, ho spesso interrotto relazioni amicali e di altro genere a causa di un qualcosa che, intervenendo, mi ha fatto comprendere che non avrei potuto trascorrere tutta la mia vita o gran parte del mio tempo, in quella compagnua, ma non per questo le persone sono scomparse dal mio cuore o meglio dai miei ricordi, tanto che continuano poi a tornare nei sogni anche a distanza di tantissimo tempo. Ma il tradimento cosa c’entra in questo? Allora provo a pensarci un pò: si puo’ tradire la fiducia di qualcuno omettendo dei particolari riguardo la propria vita intima e/o sessuale oppure si puo’ non dire ad un amico tutto quello che si pensa circa il suo fare ed il suo modo di essere, ma è tradimento questo? Puo’ senz’altro esserlo come non esserlo.
Se si fondano i rapporti su dei codici etici o su dei contratti nei quali si stabilisce a priori cosa è giusto fare, certamente il non rispetto degli stessi puo’ essere considerato un tradimento.
Oppure, in modo similare, ma antitetico, ci si puo’ adattare al rispetto di norme non dette, ma che implicitamente determinano il nostro modo di essere entro questo mondo, cosicchè se io dovessi, per esempio, avvertire da parte dell’uomo amato una predilizione per altre donne a tal punto che lui sentirebbe il bisogno di non parlarmene, certamente mi sentirei ferita e sentirei di essere stata tradita.
Ma questo non influirebbe in sì sulla natura del mio sentimento, in tal senso potrebbe influire se io mi rendessi conto di avere a me dinanzi una persona diversa da quella che il mio cuore e la mia mente si era prefigurata. Ma in sè le attenzioni dell’uomo amato nei confronti di altre donne non avrebbero il potere di farmi avvertire questo gesto come un tradimento, quindi come qualcosa che presuppone la perdita del sentimento e la conseguente fine della relazione. Quindi il mio essere determinata dal contesto culturale è sì potente, ma puo’ esserlo limitatamente. Come si gioca questo limitatamente non è, poi, questione da poco, infatti essendo la relazione qualcosa che si svolge tra piu’ (in questo caso due) persone ciò dovrebbe avvenire reciprocamente, ossia entrambe le persone della relazione dovrebbero essere costituite in modo da poter avvertire così e non sempre, anzi quasi mai, le alchimie sono così “perfette” o meglio così “in sintonia”.

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Invece si è determinati in modo profondo e totalizzante in dalle strutture che costituiscono la nostra società ossia da ciò che permette agli uomini di esistere, da ciò che gli permette di soddisfare i suoi bisogni; queste strutture che possono essere anche costituite da rapporti che non appaiono subito in superficie, ci determinano in modo direi profondo in quanto determinano la divisione del nostro tempo e dei nostri spazi e, con essi, tutti gli ambiti in cui si svolge l’umano.

Cito, Sebastiano Isaia, Humanitas:

«In un’economia completamente assorbita dalla vendita di merci, la frammentazione della psiche in una molteplicità di personalità non fa che aumentare il numero dei potenziali clienti. […] L’uomo è coinvolto di continuo in processi di trasformazione che alterano il suo stato, trasformandolo in qualcosa o qualcun altro. […] L’uomo sospende la propria incredulità e recita una parte: la parola persona deriva da un termine latino che significa “maschera”» (5). Se questo è un uomo, verrebbe da dire.

Se uno vuole farsi un’idea abbastanza precisa e realistica di ciò che oggi è il cosiddetto uomo medio (e quindi incluso chi scrive ed escluso chi legge: così non offendo nessuno!), che una volta George Orwell definì ironicamente (in disputa concettuale con Gandhi) «un santo fallito», non ha che da guardare la pubblicità. Come ci immagina e ci rappresenta il marketing pubblicitario, compreso quello politico, così siamo. Forse più di ogni altra scienza sociale il marketing ha sviluppato, per ragioni facilmente comprensibili, la capacità di penetrare nell’intima struttura psicologico-emotiva degli individui, non solo per comprenderla, ma soprattutto per cercare di volgerla a proprio profitto – e qui il termine acquista un significato davvero pregnante. Parlando con ironia di «”mercificazione”» Mingardi evoca un Moloch che egli non vede semplicemente perché gli è troppo vicino, di più: ha la sua – che poi è anche la nostra – stessa sostanza.
[…]Nella società capitalisticamente avanzata dei nostri tempi l’individualità sopravvive più che altro allo stato residuale, e il più delle volte assume le forme negative di un errore («errore umano»), di un incidente di percorso, di una bizzarria, di un fuor d’opera, di un’anomalia che occorre rapidamente correggere o eliminare per non inceppare il meccanismo. Sotto questo aspetto ogni errore umano, anche quello più odioso e sanguinoso, quello pregno di nefaste conseguenze, più che meritare il nostro perdono, come suggeriva Livio nelle sue Storie (VIII, 35), merita piuttosto la nostra riflessione critica, il nostro sforzo teso a coglierlo nella sua essenza.

La personalità, quando è vera, oggi è un mero «fattore frenante», come, analogamente, lo fu ai tempi della transizione dal lavoro artigianale alla manifattura e poi al macchinismo il produttore-artigiano, ricco di qualità professionali ma inadeguato alle nuove esigenze capitalistiche. Sono le ideologie alla moda e il marketing che dettano, classe sociale per classe sociale, strato sociale per strato sociale (professione, cultura, religione, orientamento politico e sessuale, ecc.) il corretto standard di “personalità”, e gli individui fanno di tutto per attenervisi, per non rimanere tagliati fuori dalla competizione universale (economica, sociale in senso lato, affettiva, psicologica e quant’altro). E così possiamo assistere al paradosso per cui più si è lontani dal punto gravitazionale del dominio, più la sua forza di attrazione si fa debole in corrispondenza della periferia del sistema sociale, e maggiore è l’angoscia degli individui, più forte e doloroso il loro senso di esclusione, più impellente il bisogno di ritornare al centro del sistema, a recitare insieme a tutti gli altri individui socialmente abili «lo spettacolo della vita». E si capisce perché: la sopravvivenza del sistema sociale disumano coincide con la sopravvivenza dell’individuo, almeno fino a quando una rivoluzione sociale non viene a spazzare via il primo dalla faccia della Terra.

Tornando alla questione piu’ specifica inerente il Tradimento, una figura emblematica intorno alla quale si sono scatenate interpretazioni piu’ varie, è quella di Giuda, del “povero Giuda”.

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Le azioni che lui avrebbe compiuto e che sono riportate nei testi, come dicevo, sono state interpretate nei modi piu’ diversi. C’è chi ha provato a scagionarlo partendo da un’analisi esegetica dei testi, come ha fatto, per esempio, Carlo Enzi. Dal suo punto di vista, infatti, il verbo che ritroviamo nel vangelo di Matteo al cap. 14  “consegnare” in realtà   sarebbe stato tradotto con un’accezione negativa, infatti piu’ adatto a tale scopo sarebbe stato il verbo tradurre. Analizzando le traduzioni ufficiali  finanche di semplici esclamazioni, Enzi avrebbe dedotto che Gesu’ voleva essere consegnato ai capi dei sacerdoti, i quali rappresentavano Israele, nel senso che avrebbe voluto che la sua parola fosse portata alle genti e Giuda sarebbe stato l’unico discepolo che, per amore, avrebbe accettato questo compito.
In tal senso la figura di Giuda non solo viene scagionata, ma addirittura esaltata, solo lui, infatti si sarebbe accollato l’onere di “consegnare”, ossia portare,  la parola di Gesu’ e lui stesso  all’umanità. La difficoltà nel fare ciò sarebbe stata rappresentata dal fatto che in quel tempo Gesu’ ed i discepoli vivevano la loro fede in segreto e, di conseguenza, il portarla fuori avrebbe coinciso con una perdita di colui che consideravano come Loro. Sembra che la recente scoperta del Vangelo di Giuda, la cui scrittura risalirebbe al secondo secolo d.C., confermerebbe in parte tale interpretazione.

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Una parte piu’ cospicua invece di storici e teologi tendono a interpretare il tradimento di Giuda come un atto di fedeltà, nel senso che Giuda avrebbe permesso con il suo sacrificio l’attuazione della storia  divina del figlio dell’Uomo; solo tramite il suo tradimento, infatti, Gesu’ sarebbe riuscito a realizzare quella parte della sua vita che piu’ ne ha determinato l’ambiguità e la particolarità.

Con questa interpretazione si conferma e rafforza, implicitamente, il modo di intendere l’umanità la quale risulterebbe avere entro di sè  la tendenza al peccato, all’imperfezione.
Da qui la possibilità della redenzione ad opera di una potenza superiore e il senso di mediazione che le varie Chiese assumono sulla terra, direi la motivazione della loro esistenza.

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Ci sono interpretazioni, invece, che mi hanno colpito di piu’ in quanto partono da un presupposto affatto diverso, ossia dal contemplare che sin dai primordi della storia di Cristo e dei suoi discepoli, in Giuda risiedesse una differenza fondamentale, un modo di percepire la vita e quindi di agire in essa che lo avrebbe sempre differenziato da Gesu’.
Questa interpretazione affonda in una differenza dei tipi umani che li lega in qualche modo alla prassi che li determina.
Non considera quindi il tradimento dal punto di vista valoriale quindi etico e relativo, ma dal punto di vista oggettivo nel senso che fa riferimento a delle condizioni oggettve entro le quali si
svolgerebbero le esistenze dei singoli.
Questa è l’interpretazione, da Sebastiano Isaia, Povero Giuda:

 

L’amore che salva e concilia

Non è forse Giuda Iscariota la vera figura tragica nella vicenda che portò il Figlio dell’uomo a riconciliarsi col Padre attraverso l’accidentato percorso che conosciamo? Mercé un sussulto d’indignazione del tutto umano, egli mise involontariamente in moto un meccanismo, architettato dall’Alto, che alla fine lo stritolerà, spiritualmente e fisicamente, fino alle estreme e più dolorose conseguenze. L’incontro con Maria di Betania fu in qualche modo fatale al più vilipeso, e tutto sommato incompreso, dei dodici fratelli in amore.

«Mentre Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso, venne a lui una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato di gran valore e lo versò sul capo di lui che stava a tavola. Veduto ciò, i discepoli si indignarono e dissero: “Perché questo spreco? Questo, infatti, si sarebbe potuto vendere caro e dare il denaro ai poveri”. Ma Gesù se ne accorse e disse loro: “Perché date noia a questa donna? Ha fatto una buona azione verso di me … Versando quest’olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura”» (Matteo, 26, 45-6).

Pare che Giuda tenesse la cassa comune del piccolo gruppo di discepoli che si raccolse intorno al Maestro. Di qui la responsabilità che egli, più degli altri, avvertiva circa il buon uso del denaro, forse raccolto a prezzo di estenuanti elemosine. Probabilmente fu lì che Giuda si sentì in qualche modo tradito da Gesù, che gli apparve fin troppo gravato di umanissime debolezze. In quel momento, forse, l’apostolo credette di aver penetrato la sostanza umana del Maestro, e non gli piacque affatto: «Anche Lui sedotto dalla vanità. Belle parole, certo, ma poi, quando si presenta l’occasione… Che peccato!» L’astuta dialettica della Redenzione Universale aveva fatto la sua mossa, alle spalle di Giuda, e forse dello stesso Gesù.

Ma ascoltiamo il giovane Hegel: «Mai la voce del sentimento incorrotto, del cuore puro, e la prepotenza dell’intelletto sono state l’un l’altra opposte in maniera più bella che nel racconto del vangelo, in cui Gesù accoglie con piacere ed amore l’unguento per il suo corpo da una donna malfamata, come pubblica effusione, che non si lascia sviare dalla gente circostante, di un’anima bella compenetrata da costrizione, fiducia ed amore; dove tuttavia alcuni sui apostoli ebbero un cuore troppo freddo per sentire la profondità di questo sentimento muliebre, il suo bel sacrificio fatto di fiducia, e non poterono quindi che fare quel freddo commento, abbellito con il pretesto dell’interesse per la carità» (F. W. Hegel, Religione popolare e cristianesimo, in Scritti teologici giovanili, I, p. 40, Guida editori, 1977).

L’intuizione immediata del cuore di Maria di Betania rese possibile quella penetrazione nel divino mistero che a Giuda fu preclusa a causa del suo zelo intriso di razionale indignazione, che lo rese cieco dinanzi alla Verità, ossia alla natura realmente divina di Gesù, probabilmente già presago della propria imminente riconciliazione col Padre. Presago, forse, ma certamente ancora aperto a esiti per lui migliori, sorridenti alla vita, anche alla sua.

Nonostante la ragione formale fosse tutta dalla parte dell’onesto militante di una causa dai contorni ancora incerti, la Verità gli voltò le spalle, preferendo mostrarsi agli occhi della «donna malfamata», le cui grazie entrarono in perfetta armonia con la Grazia, a conferma che la Verità si sposa sempre con la Bellezza. Là dove non arriva, non può arrivare, il freddo ragionamento, il pensiero che calcola, arriva invece l’amore, il quale getta ponti sull’abisso dell’inconoscibile.

«Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua Parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte buona, che non le sarà tolta”» (Luca 10,38-42). Marta di Betania, la buona donna di casa tutta presa dalle faccende domestiche, immersa nelle piccole quotidiane preoccupazioni che riempiono la vita, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino alla fine dei giorni, fino allo svuotarsi della clessidra, non comprese che ciò che gli stava dinnanzi era un Uomo-Evento, la cui sola presenza chiedeva a tutti nientemeno che la cessazione, hic et nunc, della vita normale, il precipitare stesso della normalità nell’abisso improvvisamente scavato dall’Eccezione. Ma l’eccellente massaia vide solo una sorella sfaticata, rapita dalle parole di un uomo forse avvezzo agli unguenti costosi, non certo alle case degli umili.

L’amore permise dunque a Maria di Betania, probabilmente non ancora del tutto impigliata nella grigia e fitta rete della normalità familiare, di accedere alla Verità, la quale le suggerì di abbandonare le «molte cose» per concentrarsi sulla sola cosa davvero importante. Questo rese felice Gesù e segnò il destino di Giuda, forse sacrificato sull’altare dell’indifferenza e della normalità, dove pregava ogni giorno la cara Marta.

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Termino questa infinito (in potenza) pensare con una domanda, mi chiedo quando e se mai potrà venire il giorno nel quale una storia come questa che mi approssimo a trascrivere in parte possa avere un altro finale, l’autore è Borges:

“Non hai composto l’ode” domandò il Re.
“Sì”disse tristemente il poeta. “Vorrei che Cristo Nostro Signore me lo avesse proibito”.
“Puoi recitarla?”
“Non oso.”
“Io ti do il coraggio di cui hai bisogno” dichiarò il Re.
Il poeta disse il poema. Era una sola riga.
Senza azzardarsi a ripeterla ad alta voce, il poeta e il suo Re la assaporarono, come se fosse una preghiera segreta o una bestemmia. Il Re non era meno meravigliato nè meno abbattuto del poeta. Entrambi si guardarono molto pallidi.
“Una volta” disse il Re, “quando ero giovane, ho navigato verso occidente. In un’isola ho visto levrieri d’argento che uccidevano cinghiali d’oro. In un’altra isola ci siamo nutriti con la fragranza delle mele magiche. In un’altra ho visto muraglie di fuoco. In quella piu’ lontana di tutte, un fiume inarcato e sopseso solcava il cielo e nelle sue acque viaggiavano pesci e navi. Tutte queste sono meraviglie, ma non sono paragonabili al tuo poema, che in qualche modo le racchiude. Quale arte magica te l’ha procurato?”.
“All’alba”disse il poeta, ” mi sono svegliato ricordando di aver sognato alcune parole che all’inizio non ho capito. Quelle parole sono un poema. Ho sentito di aver commesso un peccato, forse quello che lo Spirito non perdona.”
“Quello di cui ora siamo colpevoli entrambi” bisbiglio’ il Re. “Quello di aver conosciuto la Bellezza, che è un dono vietato agli uomini. Adesso dobbiamo espiarlo. Ti ho dato uno specchio e una maschera d’oro; ecco qui il terzo regalo, che sarà l’ultimo.”
Gli mise nella destra una daga.
Del poeta sappiamo che si uccise sulla porta del palazzo; del Re, che è un mendicante che percorre le strade di Irlanda, già il suo regno, e non ha ripetuto mai piu’ il poema.

 

Le foto sono del film Il figlio di Giuda che, come tutte le opere d’arte, va ben al di là del Bene e del Male, ben Oltre, proprio forse lì dove possiamo rintracciare i semi della nostra Umanità…

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