-L’afasia…-

Ieri si è presentato alla mia attenzione un articolo, il quale mi ha dato la possibilità di tornare su questioni fondamentali, non accantonate, ma lasciate a sedimentare.  E, prima o poi, come con tutti i sedimenti, accade che, ispessendosi, pungolino con la loro presenza, infastidiscano, reclamino l’attenzione a loro dovuta. Accade, quindi, che ci si decida nel concedere loro lo spazio che pretendono. Come occuperanno quello spazio e cosa determineranno, non ci è mai dato di sapere a priori. Semplicemente (si fa per dire) si decide di mettersi in cammino con loro, di fargli aprire un varco verso luoghi sconosciuti e inesplorati…

L’articolo incriminato è il seguente: L’AFASIA COME DISTURBO DELLA COMUNICAZIONE NELLA PROSPETTIVA FENOMENOLOGICA.

A seguire, le mie riflessioni.

 

Una persona afasica, cosa è? E che cosa non può fare? Non può comunicare con il linguaggio? Non può farsi capire o non può pensare?

Cosa comporta l’interdizione al linguaggio? L’assenza di pensiero? Se il pensare presuppone il possesso dei simboli linguistici, il non poter maneggiare questi, cosa comporta? Il non pensare? Eppure la condizione di afasia non equivale a quella di autismo…

 

Tempo fa una persona mi disse che Nietzsche si approcciò alla questioni della fisiologia in modo diverso, ossia non più focalizzandosi sui cosiddetti malati, bensì sui sani. Disse che per comprendere cosa fosse la malattia, sarebbe stato necessario partire dal versante speculare: cosa, e chi è il sano? Ogni qualvolta mi approccio a determinate problematiche, quel metodo di indagine mi appare come quello più sensato.

 

Quindi, il possedere il linguaggio, cosa presuppone? Il poter pensare? E’ possibile pensare senza possedere i simboli linguistici? Quale nucleo significante si annida in una impossibilità nel comunicare? Cosa è il linguaggio per l’homo?

E’ una funzione o assolve a una funzione? E’ possibile, una volta espunta la comunicazione linguistica, pensare l’homo?

La funzione comunicativa del linguaggio è solo una tra le tante funzioni? La sua assenza in assoluto, senza dubbio, implica l’assenza dell’umano. Ma è pur vero che esiste l’umano anche in assenza della comunicazione linguistica.

Quindi, sarebbe più esatto il dire che non è pensabile pensare l’umano senza la comunicazione; che la comunicazione umana, per eccellenza, è rappresentata dalla comunicazione linguistica. Ma il dire che essa è solo in funzione di uno scopo organizzativo è limitante.

L’essere umano pensa al fine di organizzarsi socialmente, ossia in vista di uno scopo da raggiungere? Quindi il linguaggio ha solo una funzione comunicativa?

Ma, è possibile che il tentativo di definire l’homo possa passare per il tramite di una restrizione concettuale di tale portata? Ossia di concettualizzarlo a partire da una definizione limitata (e limitante) che acquisisce esistenza entro la relazione funzionale? Dire, ossia, che ogni azione sia, in origine, entro uno scopo/obiettivo determinato a priori?  Assumersi l’onere di abolire in modo netto l’arbitrio della libertà originale? Non si può restare nel guado, tra le mezze misure. Annullare e abolire il verso del non sapere dello scopo, rappresenta una netta e dichiarata abolizione della libertà, una assunzione netta di una precisa responsabilità. Non so affrontare, per il momento, la questione. Avverto, tuttavia, la sua urgenza.

 

Procedo nel solco delle suggestioni.

L’essere umano pensa e comunica non solo per sopravvivere; il fatto che la funzione Linguaggio si sia evoluta per quello scopo è una Ipotesi che non deve acquisire il dato di certezza incontrovertibile.

Possiamo affermare di sapere che la complessità del linguaggio e del pensiero attengono alla particolarità dell’essere umano; che esso si definisce ed è qualcosa di altro, oltre che il dominus del linguaggio, ma che quel qualcosa di altro, in assenza di linguaggio, può essere definita come potenza, è in potenza, ma non si manifesta in assenza del linguaggio. E’ come un gioco di continui rimandi tra un esterno e un interno, un prendere e un dare, un ricevere e un cacciare fuori da sé. Una esplosione di energia luminosa, così come tutte le forme di vita. Poi sopravviene il potere trasformativo, la scintilla creativa, il soffio divino, il racconto delle origini, la mitologia, la strutturazione sociale e la percezione del sé e dell’altro raccontata: l’altro, bestia e umano, luce e tenebre, efflusso di potenze benefiche, così come di malefiche, commistione inestricabile delle due attribuzioni in un intreccio potente, purificatore e distruttore come lo è il fuoco, o che tutto sommerge e annega, ma rende possibile, al pari dell’acqua. Una tale potenza creatrice e distruttrice da non poter essere contenuta in un univoco involucro, ma che necessita continuamente di una prassi dialettica.

 

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