Il pensiero di tutti i viventi

“Quali animali sono capaci di sensazioni e pensiero?

È possibile attribuire simili capacità alle piante? Si può pensare addirittura che tutta la materia dell’universo sia in qualche modo senziente?(…)

Nel riconoscere una semiotica comune ai viventi Kohn raccoglie l’eredità di antropologi come Terrence Deacon, risalendo per questo tramite fino a uno dei fondatori della scienza semiotica: Charles Sanders Peirce. Per Peirce – siamo di nuovo a fine Ottocento – i segni non sono soltanto “simboli”, come quelli impiegati nella comunicazione umana, ma ci sono segni naturali come gli “indici”, che rappresentano qualcosa per qualcuno senza bisogno di un codice linguistico. Per esempio, l’improvvisa caduta di un albero indica a una scimmia la presenza di qualcuno e induce un comportamento protettivo. Il fatto di entrare in relazione in un processo semiotico permette di riconoscere l’esistenza dei “sé”. Riecco – con lo stesso esempio delle scimmie – la tesi di Campanella sull’intelligenza animale. Ma Kohn va oltre: tutta la vita è un processo semiotico, poiché anticipa il futuro in base a segni. Questo non vale solo per i comportamenti complessi degli animali, che seguono tracce per cacciare, si mimetizzano per sopravvivere o si mettono in volo al tramonto per raccogliere frutti o accoppiarsi. Anche le piante entrano in relazione semiotica, reagendo a segnali fisici e chimici, e in tal senso “sono dei sé”, “sono animate”. Non solo: la stessa attività simbolica a noi familiare è radicata in “processi più fondamentali – materiali, energetici e auto-organizzati da cui [essa] emerge”, per cui Kohn descrive il mondo in cui viviamo come “un’ecologia di sé disparati ed emergenti”. I nostri discorsi, insomma, non sono che uno strato particolare di un immenso e universale processo di comunicazione che caratterizza gli esseri viventi. Ecco il nesso uomo-natura che il dualismo “recide”, e che la visione amazzonica invece conserva come intuizione fondamentale.(…)robabilmente un granchio si sentirebbe oltraggiato personalmente se potesse sentirci classificarlo senza difficoltà o scuse come un crostaceo, sbarazzandoci di lui in questo modo. «Io non sono quella cosa lì», direbbe, «io sono ME STESSO, ME STESSO soltanto».

In questa provocatoria presa di parola, Godfrey-Smith trova la rivendicazione di un “punto di vista” soggettivo degli animali, che caratterizza la sua ambiziosa ricerca. La sua intenzione è ripercorrere tutta la ramificazione delle specie per trovarvi l’evoluzione della mente. La prospettiva è quella di un materialismo biologico di impronta evoluzionistica, radicalmente opposto al dualismo di mente e corpo, per cui non si tratta nemmeno di spiegare come la mente emerga dal corpo, poiché – per prendere il caso di un animale come l’uomo – i processi nervosi “sono menti”. Si tratta piuttosto di capire a quali specie di organismi sia plausibile attribuire facoltà mentali, a seconda della conformazione dei loro corpi. (…)

Godfrey-Smith si posiziona in questo quadro partendo da una certezza sulle capacità sensoriali dei viventi:

Tutte le forme di vita cellulari conosciute, compresi i minuscoli batteri, hanno una qualche sensibilità nei confronti del mondo esterno e rispondono ad esso. La sensibilità, almeno nelle sue forme elementari, è antica e ubiquitaria.

Si tratta di una affermazione che fonda la sua validità generale sul fatto che le correnti elettriche negli organismi possono fungere da “segnali” che collegano l’organismo stesso con l’ambiente. Ma è anche un’affermazione generica: “una qualche sensibilità”, ma quale? Prima di tutto, per discriminare i diversi casi, Godfrey-Smith elabora una teoria di origine pragmatista, già riproposta alcuni anni fa da Susan Hurley: percepire non è mai separabile dall’agire. Ciò che gli esseri viventi percepiscono orienta ciò che fanno, e il modo in cui si muovono per agire modifica quel che percepiscono. Da questo punto di vista, organi sensoriali e organi di movimento sembrano essersi evoluti congiuntamente per raggiungere comuni scopi. Non si può definire la percezione senza considerare come sono fatti e cosa fanno i corpi.

È questa una delle ragioni per cui Godfrey-Smith ha dubbi sull’attribuzione di sensibilità delle piante. Come sostiene in Metazoa, l’azione di un organismo si sviluppa come movimento coordinato dell’intero organismo, e questa sarebbe l’origine del senso di un “sé” come prospettiva individuale sul mondo. Ma le piante, a differenza degli animali, hanno una struttura modulare, in cui le parti sono spesso separabili senza danno per l’organismo, per cui anche la percezione e i movimenti sembrano altrettanto separabili, rendendo meno plausibile l’ipotesi che una pianta abbia un “sé”. Inoltre, per quanto riguarda l’analogia posta in botanica tra sistema neurale e ramificazioni interne ai tessuti delle piante, in un recente articolo Godfrey-Smith sottolinea una distinzione tra i diversi “modi di interazione tra cellule”, opponendo “influssi rapidi, e diretti verso un bersaglio” dei neuroni a “schemi più diffusi di influsso che risultano nel rilascio e nell’assunzione di sostanze chimiche senza un’organizzazione per proiezioni e sinapsi”. Insomma, per Godfrey-Smith le piante, benché capaci di percepire e interagire con l’ambiente, sembrano aver preso un cammino evolutivo radicalmente diverso. Gli alberi, per esempio, hanno una ricchissima capacità di percepire l’ambiente e interagire con altri organismi, ma dobbiamo rinunciare all’idea affascinante e toccante che un albero che per secoli domina una radura che ci capita di visitare sia un sé. Eppure anche qui la prudenza scientifica prevale: la ricerca in corso potrebbe cambiare le cose, per cui – ammette Godfrey-Smith – “non sono affatto certo dall’assenza di esperienza” nelle piante.

In ogni caso, per Godfrey-Smith, l’evoluzione biologica di corpi dalla conformazione diversissima rende inappropriato parlare dell’emergere della mente al singolare.”.

Paolo Pecere

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