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Tausk

Sempre a proposito di quanto scrive Tausk:

“quest’Io si sviluppa sulla base delle acquisizioni psichiche fatte nell’intervallo e si appoggia sull’angoscia e il giudizio”.
L’esistenza stessa dell’Io, dalla sua formazione, mi sembra abbia dei tratti strutturali altamente patologici. Ma la questione problematica è relativa non alla qualificazione scelta, quanto al valore che la società attribuisce ad essa.
Per tornare alle parole di Tausk, mi sembra di poter dire che nel momento in cui l’infante sente che gli impulsi alla sollecitazione, alla vita, non provengono dal suo dentro, ma sono parte di un mondo esterno, non dipendente da lui, sorgono l’angoscia e il giudizio rispetto al sentire/sapere che non tutto dipende da noi, ma che per sopravvivere è necessaria la presenza immanentemente imprevedibile e non scontata dell’altro.

Riflessioni a partire da La dimora estranea. Note su Freud e Tausk, di Antonino Trizzino.

In origine l’infante non è distaccato dal mondo, si confonde con esso, non ha il possesso della parola. Ha, tuttavia, in sé, tutti i semi affinché essa possa legare la sua esistenza a quella di una nuova vita, di un nuovo affaccio.
Poi la parola diviene così preponderante, con il pensiero, da sembrare quasi essere una sola cosa con l’infante ormai cresciuto. Sembra che i confini tra le due entità si perdano al punto da non riuscire a rimarcare le delimitazioni, l’inizio e la fine. E molto probabilmente l’umanità non potrà mai farlo, ma…esiste un ma, e si delinea lì dove il possesso del mondo è necessario alla stessa esistenza umana. Così che l’umanità non potrà mai fare a meno di questo dominio, di questa incessante trasformazione, di questa faticosa comprensione volta ad afferrare dell’umano il più possibile. Ed è nel linguaggio, nella comprensione di ciò che esso è per l’uomo, nel tentativo di comprendere cosa mai possa esserci prima di esso, una entità trascendete che comanda le leggi di un umano astorico?, un Io o un Sé dalle potenzialità già inscritte? e dove? nella mente, nel corpo, in qualcosa di immateriale? e dove? dove mai potrà essere cosicché non si effettui un passaggio immediato ad un irrazionale che facilmente lascia il passo alle strutture calcificate di potere che la stessa umanità produce?
Il tentativo di tenere il passo con un razionale conoscibile, esperibile, il porsi dialetticamente, scientificamente, sembra a noi l’unico argine realmente edificabile ad una deriva umana che, giustamente, ci terrorizza.
Così le illuminazioni che passo dopo passo ci colgono, mostrano i limiti entro i quali si muove l’umano in questo apparente incedere sempre uguale. E una di esse ci dice che laddove “abbia il pieno controllo del proprio mondo, l’uomo dispone senza limiti della propria parole, limiti che si atrofizzano quando si scivola in un distacco dall’abitualità”. Il che potrebbe voler dire, in riferimento alla psicosi, che il posseduto dalla sofferenza oscura, perda proprio il controllo di un linguaggio che, per propria natura, è sempre multiplo, polisemico, ambiguo; che egli, nel tentativo di stabilizzare qualcosa che sente sfuggire, si aggrappi a un significato, strappi al linguaggio le regole che lo tengono avvinto in una unità, riduca a brandelli ipostatizzati i sensi multipli e si aggrappi ad uno di quelli nel tentativo di sfuggire al senso di perdita dei confini.

“La prima parte del saggio freudiano [Il perturbante], la meno speculativa, è dedicata all’analisi linguistica del termine Uhneimlich (…).
Freud ne rileva l’ambiguità e ne assume l’origine, di cui è la negazione, nel termine heimlich: la sua appartenenza è all’ambito dello Heim, che sta per dimora, focolare, ma che sembra indicare, nella costellazione di significati che racchiude, anche quello di estraneo segreto.
(…) è necessario notare come, ovunque abbia il pieno controllo del proprio mondo, l’uomo dispone senza limiti della propria parola, limiti che si atrofizzano quando si scivola in un distacco dall’abitualità.”.

-Psicologia differenziale, un breve riassunto

Articolo originale.

 

La psicologia differenziale nasce dall’interesse intrinseco dell’essere umano a comprendere le differenze tra individui simili riguardo al comportamento. Derivata da una serie di interessanti processi storici e teorici, la psicologia differenziale può essere definita come la branca della psicologia che è interessata alla delimitazione dei diversi fenomeni di variabilità del comportamento al fine di fornirne una spiegazione ed una previsione, basandosi sul metodo empirico di ricerca, caratteristico della scienza.

 

Revisione storica e suo emergere all’interno della psicologia.

Diversi teorici sostengono che il percorso storico di questo ramo della psicologia può essere suddiviso in 4 fasi essenziali, ognuna con caratteristiche di base ben definite. Queste fasi possono essere suddivise in Nascita (1850/1910), Sviluppo (1910/1950), Diversificazione (1950/1970) e Rinascita (190 /attuale), tutte con vari attori coinvolti, che in un modo o nell’altro hanno contribuito alla creazione della psicologia delle differenze individuali.

 

  • Formazione:

Il periodo di formazione  è  introdotto da F. Galton, J. Cattel, A. Binet, W. Strem e Ch. Spearman; tutti influenzati dal boom fiorente delle scienze naturali di quei tempi. Tra i personaggi sopra menzionati si evidenzia la figura di Francis Galton, che è stato fortemente influenzato dal lavoro svolto da Charles Darwin (suo cugino) nel campo della biologia, egli ha cominciato a mettere in discussione il modo in cui i fattori ereditari e ambientali influenzano la determinazione delle caratteristiche fisiche e mentali degli esseri umani. A partire da questo interrogatorio ha formulato vari test statistici al fine di trovare una risposta dalla ricerca empirica, motivo per cui è considerato da molti il padre della statistica all’interno della psicologia.

 

  • Sviluppo:

Durante questo periodo vi è il  grande sviluppo della psicometria. La concezione del metodo quale l’analisi fattoriale, così come l’opportunità di valutazione di un gran numero di soggetti, fornita dalle 2 guerre mondiali, ha notoriamente favorito lo sviluppo della metodologia psicometrica, nonché quella delle prime formulazioni teoriche. Durante questa fase, spiccano nomi come C.Burton, L. Thurstone, P. Vernom e R.Tirón.

  • Diversificazione:

La caratteristica principale di questi anni è la perdita della omogeneità di questa disciplina, dovuta alle critiche ricevute in merito alle sulle pratiche metodologiche, che provocano l’autonomia di alcuni rami della psicologia differenziale. Nonostante ciò, sorgono studi psicofisiologici legati alle differenze individuali. Tra gli autori più importanti di questo lasso di tempo ci sono R. Cattel, A. Anastasi, L. Tyler, J. Guilford e M. Reuchlin.

  • Rinascita:

Questo periodo si caratterizza per un nuovo corso di studi delle differenze individuali, dovuto in gran parte ai progressi nello studio della genetica e allo sviluppo della psicologia cognitiva, apportatrici di un cambiamento significativo per quanto riguarda la nozione di causalità. In questa epoca si possono trovare autori importanti come Eysenck, K. Jöreskog, E.Hust, J. Carroll e M. Zuckerman.

Concetti di base della psicologia differenziale

Come tutte le branche disciplinari, la psicologia differenziale presenta concettualizzazioni determinate circa il comportamento e la condotta dell’essere umano in generale, che aiutano le persone non aventi familiarità con i suoi principi, o i professionisti interessati a questo ramo, a comprendere la sua concezione del mondo e dell’essere umano. Successivamente, verranno spiegate le definizioni di individuo, specie e popolazione secondo la psicologia differenziale, nonché le implicazioni di queste definizioni per lo studio delle differenze individuali.

Individuo, specie e popolazione

Se si può individuare un concetto centrale nell’edificio teorico della psicologia differenziale, questo è la concettualizzazione dell’individuo. Per questo ramo della psicologia, l’individuo è un’entità vivente con un inizio e una  fine ben differenziati, una natura unica e  irripetibile che non può  essere divisa  senza che si comprometta la sua propria condizione intrinseca e quel senso di stabilità sufficiente affinché egli non si riconosca lunga tutta la propria vita come una cosa.

 

L’ultima parte di questo concetto è molto importante per la concezione pratica della psicologia differenziale, dal momento che un individuo è un’entità che  nella propria vita subisce variazioni significative,  ma che mantiene nel suo centro una stabilità qualitativa tale da permettergli  di riconoscersi come essere  unico. Ciò è particolarmente evidente in costrutti quali la personalità, che lungo tutto l’arco della vita si costruisce sulla base dell’apprendimento, ma che contiene una base costitutiva praticamente inalterabile. Questa gamma di stabilità nell’individuo è ciò che la psicologia differenziale utilizza per lo studio, attraverso metodi sperimentali e statistici, delle differenze individuali e dell’unicità dei fattori che costituiscono l’essere umano. In questo modo, molti autori attribuiscono a questo concetto 4 proprietà, queste sono:

  • Cambiamento: Gli individui possono subire modifiche durante le loro vite, anche sostanziali, ma mai tanto grandi affinché si possano riconoscere diversamente da quel che erano originariamente.
  • Delimitazione e coesione: gli individui devono mantenere confini chiari e coerenti per tutta l’arco della loro esistenza.
  • Continuità: gli individui non possono sparire e ritornare a riapparire durante la loro vita, al contrario, devono perseverare la propria esistenza materiale durante la loro permanenza.
  • Funzionalità: Ci si aspetta che le parti di un individuo siano organizzate, in modo tale che il soggetto funzioni in modo distintivo e coeso.

Dal punto di vista della psicologia differenziale, gli esseri umani come individui sono raggruppati in una specie, ma la specie non è composta da individui ma da popolazioni, per questo motivo una specie è definita come una popolazione o l’insieme di popolazioni in cui l’individuo può riprodursi liberamente. Per questo motivo, è nella popolazione  che  la psicologia differenziale trova la propria nicchia perfetta per lo studio delle differenze individuali, poiché attraverso l’applicazione di metodi statistici è possibile arrivare alla comprensione delle variazioni dei tratti di un individuo di fronte a un popolazione determinata; mediante i quali si possono realizzare  studi sperimentali o osservativi che descrivono le basi delle variazioni dell’individuo rispetto alla media della popolazione, o le variazioni statistiche riscontrate all’interno della stessa popolazione.

La psicologia differenziale si presenta come un argomento interessante da trattare, quindi questo sarà il primo di numerosi articoli dedicati a questo argomento, così rilevanti nello studio della natura degli esseri umani.

@CajadePavlov Divulgando le scienze sociali!

La persecuzione dell’Io

Suggestioni sull’onda della lettura di Elaborazione del mito, Blumenberg.

Effettuando un parallelo tra quanto il contatto visivo del mito delle Gorgoni, in particolare della Medusa, concentrava delle qualità dell’insopportabilità e dell’inavvicinabilità,  rivestendo di sé l’antica ostilità della vita e l’angosciosa inquietudine -manifesta entro la mente nella sua forma più potente nell’idea della persecuzione-, ne risulta una affinità, se non una vera e propria analogia, con i fantasmi che affollano la mente umana.

La cosiddetta patologia affonda le sue radici nello stesso oggetto -l’uomo- dal quale scaturisce anche l’idea di benessere, di armonia, di pace. Le idee mentali, forma delle inquietudini, così come dei paradisi possibili, affondano sempre nel rapporto dell’uomo con l’altro. Proprio il concetto di alterità proviene da una prassi sociale ed è, forse, il primo prodotto sociale. Forse precedente anche il linguaggio.

-Linguaggio, psicoanalisi e infanti-

Leggo: “Uno dei contributi più significativi apportati da Lacan alla comprensione di come il soggetto si organizza intorno al proprio desiderio, e che è poi anche l’ambito di azione della psicoanalisi, vale a dire a come il desiderio si articola in domanda rivolta all’Altro, è nell’averci dimostrato che la struttura della domanda non è data in sé e per sé a partire dal soggetto in maniera indipendente dall’Altro cui essa viene rivolta, ma al contrario si organizza sulla base delle “indicazioni” che il soggetto riceve dall’Altro interpellato al momento del bisogno, quell’Altro che in genere è la madre.” (Il desiderio è il desiderio dell’altro e si costituisce nell’inconscio).
Penso, invece, che “La struttura della domanda non si “organizza” sulla base delle “indicazioni che il soggetto riceve dall’Altro”.
Strutturando in tal modo la frase -o il pensiero- si sottintendono due cose: una è che esista un Altro dotato di un Potere quasi assoluto, che possa agire una Onnipotenza rispetto a qualcun altro; l’altra, speculare, è che l’Altro sia completamente manovrabile da una Potenza che per lui resta occulta (non importa quanto nella realtà il soggetto riesca a nominarla o ad elaborarla concettualizzandola, resterebbe comunque la potenzialità estrema di Potere agito al di sopra del Soggetto ed al di fuori della Storia).
Diverso sarebbe il dire “la risposta si organizza sulla base del materiale che trova in colui che viene interrogato”. In questo caso non sarebbe inadeguata la domanda, ma la risposta che si riceve. Concettualmente, in tal caso, si presuppone l’esistenza di due esseri alla pari, in quanto a potenzialità e struttura, che agiscono poteri differenti in nome sia della posizione sociale assunta in base al ruolo attribuitogli dai rapporti sociali, sia della differente capacità di autonomia.
Autonomia che prevede la presenza di un linguaggio codificato e riconosciuto, comunque elaborato. Il lattanti, o gli infanti, sono privi di un tale linguaggio, ma non privi dei bisogni che sottintendono alla esistenza di esso. Se è vero che non esiste una gerarchia di ordine morale in relazione ai bisogni, è vero che esiste una compresenza di essi in quanto “lati, o per dirla chiaramente, alla tedesca, come ‘momenti’” che esistono contemporaneamente.
Il linguaggio esiste contemporaneamente al bisogno umano in quanto ne presuppone, una volta che sia stato dato nella Storia, quel tipo di esistenza (umana). Ed una volta che il linguaggio sia stato dato, semplicemente avviene una cosa: che dietro non si puo’ tornare, pena l’estinzione stessa dell’esistenza umana (quindi non si puo’ parlare di qualcosa che non esiste). Pur se il lattante non parla è parte di una storia nella quale egli già esiste, ed è la storia dell’esistenza umana che assume la forma delle determinate circostanze in cui essa si presenta. Ciò significa che il lattante avrà dei determinati bisogni inscritti nel suo patrimonio genetico esistenziale. Il lattante è già un determinato prodotto sociale, non un prodotto da reinventare ogni qual volta esso venga al mondo, è figlio di una specie che ha assunto in sé l’esistenza di particolari bisogni che saranno, in quella presenza minuscola, bisogni elementari sui quale se ne potranno strutturare altri complessi che cammineranno contemporaneamente (come momenti) insieme ad altri.
I bisogni elementari di un lattante sono quello di dormire, di mangiare, di evacuare, di vivere a temperature adeguate al corpo dato, e di poter esprimere o manifestare quegli stessi bisogni. Nella soddisfazione di essi è già l’atto gratuito di amore e di empatia, ma ci sarà un altro bisogno che dovrà essere realizzato contemporaneamente alla soddisfazione di quei bisogni: la forma che assumeranno quegli atti.
Come passa la forma? Nuovamente per il tramite del linguaggio che stavolta, però, percorrerà la strada opposta: dall’adulto all’infante. Un adulto che si occupa dell’infante è un adulto, appunto. Ed è un adulto che si è addensato di linguaggio. Certamente la relazione con l’infante presuppone, da questo verso, l’esplicarsi della relazione -che non vivrà di necessità vitale- su binari diversi da quelli dell’infante. L’adulto non si rivolge all’ infante per sopravvivere, ma per soddisfare i bisogni dell’infante e per altro…Per soddisfare suoi bisogni aggiunti e manifesti per il tramite del linguaggio (la cosiddetta coscienza). Nel momento in cui la coscienza di questo adulto (o il linguaggio) si sia addensata di significati castranti e mortificanti egli non potrà che usare quel linguaggio e trasferire alle domande poste dall’infante una forma di risposta correlata.
L’infante non ha il linguaggio e si rivestirà del linguaggio dell’adulto, ma non delle parole (che egli non puo’ ancora percepire in modo autonomo), bensì del significato del quale esse si sono riempite.
Le emozioni ed i sentimenti che l’infante percepirà, e tramite i quali soddisferà i suoi bisogni, saranno le prime parole ed i primi linguaggi che egli imparerà, ma non solo: saranno i codici con i quali egli si riconoscerà e che collegherà ai sentimenti correlati alla soddisfazione mancata o meno del bisogno.
La paura è un sentimento prodotto in seguito ad un tempo occorso tra la nascita del bisogno ed una relativa prolungata assenza della sua soddisfazione, l’angoscia è prodotta dall’assenza di soddisfazione assoluta del bisogno (assoluta sempre in senso relativo). Il dolore è prodotto da una soddisfazione errata del bisogno e da una errata elaborazione dello stesso, la gioia da una soddisfazione piena ed adeguata e così via.
Se la soddisfazione di un bisogno non sarà adeguata e, in piu’, i sentimenti espressi per quella mancata soddisfazione non saranno riconosciuti, ma negati o ridicolizzati o, ancor peggio, criminalizzati, l’infante proietterà entro di sé l’elaborazione adulta, in quanto è il suo unico modo per dare un nome ad una esistenza che egli ancora non conosce autonomamente.
Diversa è la sua dimensione esistenziale da adulto, allorquando egli ha la capacità di elaborare un vissuto e di scegliere cosa trattenere e cosa scartare e su cosa lavorare per rendere piu’ benefica la propria esistenza. Questa cosa si chiama terapia la quale non è per nulla detto che debba formalizzarsi in uno studio psicanalitico. Anzi, ogni studio psicanalitico ricalcherà le impronte ed i linguaggi adottati a priori. Ragion per cui sarebbe sempre il caso di dubitare a priori di ogni eventuale percorso psicanalitico terapeutico.

“La funzione simbolica tra normatività e dimensione inconscia”, pensieri ed appunti

-Genesi 2,8-

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’onice. Il secondo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perchè lo coltivasse e lo custodisse.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: <<Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perchè, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti>>.

-Considerazioni velocissime e dilettantissime intorno agli interventi di Eleonora de Conciliis: “Baudrillard e l’inconscio come resto dell’Occidente”, Francesca Tarallo: “Da una generazione all’altra: considerazioni lacaniane, Mario Bottone: “Dall’imago del padre al Nome-del-Padre”, durante l’ultimo giorno del dibattito “La funzione simbolica tra normatività e dimensione inconscia” tenutosi a Napoli-

Secondo me il fatto (ed il pericolo attuale ed imminente ad esso connesso) che attualmente il dibattito intorno alle nuove patologie psichiche rischia di ricondurre la psicoanalisi ad istanze reazionarie, è da attribuire ad un errore originario di “pensiero”.

La teoria sulla quale si basa la psicologia odierna non ha infatti rivoluzionato il suo pensiero andando alla radice dei problemi.
Lacane (e non solo lui) diceva che i malati mentali non fanno altro che usare un linguaggio altro e che questo linguaggio non va medicalizzato nè ricondotto; ciò è verissimo, infatti, non solo non va fatto, ma questa problematica va, secondo me, superata.

Il cosiddetto malato, per ricondursi ad un sistema che gli possa consentire di ritrovare il “sentiero smarrito” non va ricondotto alla norma (al padre, inteso come simbolo), ma alla relazione con la realtà simbolica che è oggettuale ed oggettiva e lo è in quanto fa riferimento al momento nel quale l’uomo è. Ossia al momento fondante della sua esistenza. Da cosa è costituito questo rapporto fondante? Grosso modo da due momenti essenziali.

1) Il guardarsi dal di fuori, l’avere coscienza di sè ossia della sua prassi, del suo fare.
2) Identificare la natura con il proprio procedimento logico fino ad attribuire ad essa le proprie leggi.

Quindi appare chiaro che l’uomo in sè è malato, sin dalla sua costituzione.
Ora il capitalismo compie un passaggio ulteriore poichè fa diventare merce il rapporto sociale (dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura) ed estranea ulteriormente l’uomo da sè stesso.

Reiterare l’estraneazione iniziale rende l’individuo-merce slegato da ciò che lo costituisce, ossia la relazione sociale.
Questa reiterazione avviene oggi non solo nel meccanismo del rapporto sociale, ma con e nella mediazione di una moltitudine di simboli che attualizzano la sua esistenza già reiterata (per esempio le pubblicità).

Tutto quanto attiene il momento della sua costruzione, ossia la relazione sociale particolare entro la quale egli si è costituito, vine omesso e sostituito da altri paradigmi:
la libertà dell’individuo, il poter svolgere i genitori dei lavori che li soddisfino socialmente, il poter trovare del tempo che permetta loro di essere soddisfatti, il dover rientrare negli schemi prefissi e indiscutibili che la società borghese ti presenta ecc ecc.

Il momento della relazione sociale, ossia del passaggio da un essere all’altro scompare. Non è scomparsa la Legge con la rottura della famiglia tradizionale, bensì la rottura della istituzione familiare classica e la scomparsa della Legge, sono una conseguenza di questa estraneazione parcellizzata.

Il momento dell’identificazione tra un essere ed un altro, che è il momento costitutivo di ogni personalità, viene omesso come secondario, come resto ininfluente al cospetto di esigenze sociali e di imperativi che, se non soddisfatti, non permettono all’ uomo sociale adulto di identificarsi.

-Pensieri scloncusionati-

Tutto ciò che possediamo è: Tempo; possiamo abbandonarci al suo fluire disinteressato, immersi nell’illusione di un suo non discutibile senso, o ce ne possiamo impadronire a poco a poco giocando d’astuzia con le sue carte, ingannandolo, anticipandone le mosse o meglio illudendoci di farlo.
Così si insceneranno, a seconda della scelta dell’attore, scene che apparentemente non trovano un senso nell’incastro generale del disegno di fondo.
Un caos apparente di implosioni che sembrano rompere la norma di un inizio, un centro, ed una fine già determinati.
E in questo caos di agire lo spettatore esterno si confonde scegliendo, poi, di giudicare il movimento e l’attore che lo compie negativamente.
Ma il discrimine non è mai nei fatti, in sè spuri, ma nell’intenzione di chi li compie, nella forza e nella determinazione, conscia o meno, che l’attore agisce.
Così egli potrà condurre una vita che sembra risolversi, per un certo tipo di spettatori, in un totale fallimento di eventuali intenzioni e, a questo punto, a niente varranno le qualità umane dell’attore,
quanto egli è riuscito a determinare nell’ambito delle sue possibilità, e semplicemente si ridurrà all’osso la questione con una eccessiva, e necessaria, in questo caso, semplificazione.
In tal modo risulteranno salvi i tanti spettatori (che in genere costituiscono la maggioranza numerica) e risulterà salva, temporaneamente, la loro esistenza ed il corpo sociale tutto, ma anche questo è mera illusione; si puo’ pensare di scegliere, di essere padroni della propria esistenza ponendosi degli obiettivi e costringendo tutte le proprie forze per il raggiungimento di questi.
Si puo’ provare a passare da una situazione di estremo disagio ad una situazione favorevole che contempli, in sè, il beneplacito dell’umanità, ossia che sia considerata tale dalla maggioranza delle persone, si puo’ pensare di scegliere come voler trascorrere i futuri anni e forzare tutto per quell’obiettivo e si sarà considerati, dal corpo sociale, dei vincenti; tranne poi condurre una vita estranea a sè, una vita già determinata, nelle dinamiche fondamentali, da corpi estranei e, di conseguenza, sentire l’esigenza, poi, di introdurre nel corpo dei palliativi che ci aiutino a gestire la nostra incapacità emotiva di contenere gli eventi.
Quindi avremo, nel primo caso,  un Tempo che ci si illude di poter controllare ed un Tempo, nel secondo caso, al quale apparentemente ci si abbandona accettandone l’ineluttabilità; è infatti molto piu’ naturale che il Tempo del corpo sociale intero (o conforme) trasudi un senso di naturalezza essendo intriso, indipendentemente dalla bontà morale degli ordinamenti di una società specifica, di buon senso.
Ma, sia nel primo, che nel secondo caso, è l’Illusione che segna sovrana. Tutto ciò che abbiamo non è il Tempo, ma l’intensità con la quale siamo capaci di avvertire quanto in esso accade, la coscienza del tempo.
Ed allora anche qui, su questa terra, e non solo lì, nel regno della Morte, siamo tutti uguali, tutti immersi nello stesso destino del quale non possiamo essere mai pienamente consapevoli poichè ci sfuggirà sempre, portato dal fluire del tempo che, per sua natura, scorre e non è arrestabile dalla nostra volontà.
Concepiamo un pensiero e ci sfugge, proviamo un sentimento e ci sfugge, ma quanto questi pensieri, questi sentimenti, queste impressioni, determinano ciò che siamo? Ciò che diventiamo? Quanto ci concediamo di riconoscere come nostri questi sentimenti, questi pensieri in noi concepiti? Risponderei con un: poco! Troppo poco! Quali sono le forze esterne che agiscono impedendoci di riconoscere le peculiarità del nostro cammino? Quali forze sociali agiscono affinchè tutto resti immutabile? Quali gli strumenti reazionari che fanno delle nostre esistenze un inutile ripetersi di cicli identici a sè stessi?
Alla veneranda età di 40 anni posso dire di essere giunta ad una conclusione relativamente alla questione della Psicologia.
Nella mia vita mi è capitato di aver bisogno di una mano e di rivolgermi a chi, si diceva, avesse le competenze per farlo. Dalla mia esperienza, e da quello che osservo intorno a me, rilevo che tutto puo’ essere la Psicologia meno che una scienza.
Come si puo’ pensare in modo statistico all’essere umano? Ad un essere così complesso come quello appartenete al genere umano? Come si puo’ pensare che quanto accaduto ad uno debba trovare le stesse risposte emotive, psicologiche, in tutti? Personalmente sono stata aiutata, ma sempre e solo da persone che avevano acquisito le capacità di aiutare, ossia da persone che, per qualche motivo attinente la loro esperienza di vita, avevano imparato l’arte dell’ascolto, dell’empatia ed una relativa saggezza.
Mai sono stata aiutata da persone che avevano acquisito le competenze sui libri o in aule scolastiche, a meno che non avessero introiettato, contemporaneamente, una prassi di comportamento che con quanto avevano studiato niente c’entrava.
Esistono delle frasi fatte che al mio orecchio ed al mio cuore evocano quasi la potenza di formule magiche, private, però, del loro effetto estatico e sono frasi quali: ‘Devi prima amare te stesso per amare gli altri’, ‘Devi essere una persona positiva’, ‘Devi elaborare il lutto’, ‘Non devi fare questi pensieri così negativi’,’Ti devi volere piu’ bene’, ‘L’amore si trasforma quando finisce la passione, dopo ci si vuole bene’, ‘L’amore passa’ e miliardi di altre che ora non mi sovvengono, le quali possono sortire il loro effetto solo se si decide di abdicare alla possibilità di esperire entro la propria vita quel tipo di situazioni a cui si richiamano.

Come puo’  una persona estranea ad un’altra dire quale è la verità per quest’ultima? Siamo numeri o peggio ancora siamo macchine riproducibili in serie? Quanto appare triste, ai miei occhi, questo modo di concepire la propria e l’altrui esistenza. Come se il potere dell’asetticità fosse penetrato talmente nel cervello del corpo sociale che agli esseri umani ormai non puo’ restare altro da fare che adeguarsi ad esso. Mi ritorna alla mente uno scritto di Gunther Anders in proposito, quindi, per provare a concludere questo scritto scloncusionato, direi che: puo’ aiutare un’ altra persona solo chi è dotato di una particolare capacità empatica, ma soprattutto di una profonda saggezza e che spesso quelli che si vendono per psicologi, grazie al pezzo di carta acquisito, non fanno altro che reiterare l’azione reazionaria del corpo sociale inducendo nel loro paziente il riconoscimento di valori e percorsi calati dall’alto che ricalcano se non gli usi e i costumi della società, l’humus nel quale essa si muove e contribuendo, in tal modo, ad ingrossare le file degli schiavi.
Un esempio di ciò penso possa essere la pratica cosiddetta bondage; un gran numero di persone tende a dire, in proposito, che quel tipo di pratica sessuale non è sintomatica di una forma di disagio in quanto richiede il consenso delle persone che la praticano; le stesse persone, però, con facilità estrema, valutano come sadici o masochistici tutta una serie di modi di essere agiti da persone che hanno una sessualità basata sulla tenerezza, sulla reciprocità del sentire.
In questo caso l’accettazione di una tale pratica appare come un atto rivoluzionario poichè siamo abituati a guardare alla sfera della sessualità intrisi di mille ipocriti tabu’ per cui fino ad oggi valeva la tacita regola che nel chiuso della tue mura puoi fare di tutto, ma nel pubblico dire altro. La modificazione, quindi, di tale tacito costume appare come un atto rivoluzionario, mentre, a ben vedere, è solo un passo che si compie a favore di un ulteriore riconoscimento di una umanità impazzita, incapace di riprendere il contatto con la peculiarità, la singolarità delle proprie esistenze e che, per continuare ad esistere senza porsi scomode domande, ha bisogno di mettere in atto usi e costumi che le diano la possibilità di liberare il proprio negativo entro un ambiente che non solo non lo riconosca come tale, ma che, anzi, lo riconosce come positivo.

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