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-Amore e morte-

Così come nella follia si annida la parte piu’ profonda di noi
lì dove la ragione, con i suoi schemi rigidi, castrati e lucidi
è funzionale all’adattamento in questo mondo,
così nell’Amore è la Verità.

Me specchio nei tuoi occhi.
Trasfiguro in te
la granitica roccia del mio essere
imperfetto, muto, impotente
in questo stadio dell’esistenza
dove essa è Contingenza.
Me sublimi in te
di mani declinate
nel gesto di versare in ampolle di vetro
terse, cristalline, un dolce nettare
lì dove la realtà si muta in sogno
in luoghi segreti e incantati
dai nostri perfetti, estatici silenzi.

Quale ragione, quale razionalità? Perché c’è da effettuare certamente un discrimine tra i vari ambiti, per non correre il rischio di omologare quanto insieme non puo’ assolutamente stare. Si potrebbe chiamare discernimento. Poi, ognuno ha il suo, chi se lo tiene ben stretto, chi, invece, non puo’ fare a meno di sentirsi perennemente sull’orlo di un precipizio, forse proprio nel tentativo -emulando l’atto-  di provare ad esorcizzare la paura, la confusione, il terrore.

C’è una razionalità che è il frutto di un sentire oscurato dal Potere, una razionalità che eccede dai suoi ambiti di interesse e che è considerata, dai teorici del Sistema, Follia. Che poi sia proprio questa razionalità il tratto distintivo e specifico dell’umanità è questione, oggi, sempre marginalizzata, attinente un ambito del porsi umano che potrei definire eretico.
Il momento del rispecchiamento, il momento della riflessione, il momento dell’orrore e della paura paralizzante, quando il senso del limite si affaccia nelle nostre esistenze ricordandocene la fugacità, l’apparente -non so quanto sociale- esiguità.

Come dice di essa Max Horkheimer

I concetti non sono più superati concretamente con un duro lavoro teorico e politico, ma sono dichiarati puri simboli, con una formula astratta e sommaria, con una sorta di decreto filosofico che tuttavia è in pieno accordo con lo spirito del tempo. Sono considerati espedienti che risparmiano lavoro – come se lo stesso pensiero fosse ridotto al livello dei procedimenti industriali e diventasse a sua volta un settore della produzione. Quanto più le idee cadono in balia dell’automatizzazione e strumentalizzazione, quanto meno significano in se stesse, e tanto più soggiacciono insieme alla reificazione, quasi fossero una sorta di macchine. Il principio dell’economia mentale enunciato da Avenarius e Ostwald non s’incarna solo nella gnoseologia, ma anche – per esempio –in quelle macchine mirabili che talvolta sono in grado di eseguire operazioni matematiche complicatissime di cui l’uomo non sarebbe capace. Nel calcolo – e già Leibniz aveva concepito l’idea della sua supremazia – Hegel vide il pericolo di una meccanizzazione della logica intera, anzi, la cosa peggiore che potesse capitare alla scienza della logica e quindi alla filosofia. Nel frattempo questo processo si è concluso con la scomunica di ogni moto di spirituale che non possa essere esattamente quantificato e calcolato, e che non si assoggetti ai controlli universali. Quell’istanza che un tempo era giustamente rivendicata contro la fede antiquata nell’autorità, in nome dell’umanità: la rinuncia a tutte le concezioni dell’uomo e della natura che non fossero verificabili, ora si trasforma nella repressione di qualsiasi senso. Il linguaggio diventa un puro strumento nell’onnipotente apparato di produzione della società moderna.

Così come c’è una Potenza in atto sempre nell’individuo, una Potenza non associabile a quanto dal potere, di essa, viene strumentalizzato. Perché c’è sempre da effettuare un discrimine, da porre la mente in attività per provare a capire, a rischiare un senso, senza il quale saremmo Nulla. Questo Nulla, per esempio, ha a che fare in misura abnorme con la Follia, con la schizofrenia della quale  si nutre la quotidianeità degli uomini cosiddetti civilizzati, di noi, degli uomini che, entro il peculiare rapporto sociale di dominio, stanno, quasi sempre senza saperlo.

Senza sapere di quanto la condizione di asservimento permei sempre ed “ancora” la vita in questo mondo.

“La schiavitu’, nell’accezione ‘filosofica’-e perciò sociale- del termine, è ancora una triste realtà, tanto piu’ tragica, quanto piu’ spesso essa si presenta col sorridente volto della libertà e dell’individualismo. In questo senso, siamo ancora ben lontano dal “terreno dell’autentica filosofia”, nella misura in cui ci manteniamo lontanissimi, nonostante il favore dei tempi, dal terreno dell’autentica umanità”. (Sebastiano Isaia, Eutanasia del dominio)

Questa schizofrenia è talmente parte integrante delle esistenze, ne scandisce, a piè sospinto, in modo così permeabile, tutti gli ambiti, da assumere la accezione di Normalità. Normalità è certamente dal punto di vista concreto, di quanto accade, ma acquisisce anche lo stato di Norma, dal punto di vista del significato morale.

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Esiste invece quell’altra schizofrenia e quell’altra follia senza la quale, temo, non si potrebbe riconoscere l’umanità. E’ quella follia e schizofrenia che cammina parallelamente alle nostre esistenze, seppur in sfere distanti. Distanza inestirpabile dall’essere. Distanza che ci permette di cogliere i frutti della nostra esistenza, quelli sempre maturi, a noi dinanzi come chimere…

Vede, caro signore, tutto quello che dicono dell’al di là, dell’ al di qua, sono tutte storie, perché siamo sempre noi, siamo vivi e siamo morti nello stesso tempo, Lei non mi crede? Lo so, è difficile da spiegare, ma è così. Io l’ho conosciuta, amata pazzamente. Ho provato orrore e passione e poi mi è sfuggita. E’ scomparsa nel fiume definitivamente. Già, ma è proprio così? Eh no, no…guardi, io glielo confido in segreto, lei non è scomparsa affatto. E’ sempre qui attorno a me, perché me l’ha detto lei, ha bisogno di me per vivere, come del lume una farfalla notturna, e finchè io sarò vivo, lei sarà viva, capisce? Perché l’amore è la vita eterna, è la vita e la morte, già…solo che nessuno mi vuole credere quando dico queste verità semplicissime. Anche qui, queste brave persone che ci guidano, i professori, loro mi ascoltano, scrivono anche, ma…ma, io mi accorgo benissimo che non mi credono. Loro…scusi, ma adesso devo andare, mi chiamano…

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