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Pensieri sparsi

Sul come cominciare a narrare questa storia che mi approssimo a condividere ci ho pensato un bel po’. Non nel senso che mi sia soffermata a pensarci esternamente a me, in una posa immobile di riflessione, ma nel senso che ho provato diversi modi di rappresentarla. Prima con una narrazione diretta che si servisse delle sole parole, poi immaginando di alternare ad esse delle immagini e dei brani scritti da personaggi vissuti nell’epoca di mio interesse. Infine mi sono persuasa che, per una riuscita che sia minimamente all’altezza di quello che vaga nella mia mente, non è il caso di fare a meno di nessuno dei tre elementi. In tal modo l’impresa iniziale si è complicata prospettandosi a me dinanzi un interminabile tempo tra la sua costruzione e la riuscita finale. Mi approssimo ad impegnarmi affinchè possa ridurre all’osso questo scomodo intervallo.

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Ci tengo a precisare che, dal mio punto di vista, gli avvenimenti storici li si presenta a seconda del metodo storiografico che si intende perseguire. Se nel proprio metodo si ritiene di dare prioritaria importanza per fare un esempio, al carattere e alle azioni di singoli individui -ritenendo che il fluire storico possa essere da questi fattori determinato in modo incisivo-, si faranno cadere sulle loro spalle, a seconda della piega che prenderanno gli eventi, oneri o onori; se, invece, si ritiene che l’esistenza di ogni singolo individuo avviene solo entro una dimensione storica, ossia entro una dimensione nella quale lui si pone ed esiste solo in virtu’ della relazione che crea prima con la propria esistenza, e poi tra essa e il mondo ponendo in essere una serie di attività materiali che definiranno l’aspetto specifico della sua natura culturale, non si potrà mai immaginare di attribuire alle attività di questo tipo di individuo il potere di modificare il corso degli eventi prescindendo da quel dato fondamentale, sia che egli si ponga rispetto ad esso in modo antagonistico, sia che egli si ponga nel rispetto del dato costituito. Si guarderà, in definitiva, sempre alla storia degli esseri umani entro la cornice del loro mondo culturale, non potendo immaginare mai l’uno senza l’altro ed alle forze materiali si guarderà sempre come a quella forza liberata dagli individui, a sua volta capace, nella forma delle sue dinamiche complesse, di modificare la scena.

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Dietro ogni metodo storiografico, seppure non visibile ad uno sguardo immediato, si cela un diverso modo di interpretare ciò che avviene nel mondo e, per palati piu’ fini, il senso stesso da attribuire agli eventi. Oserei dire che il metodo stesso storiografico attua una discriminazione a priori, con ciò non intendo suggerire l’idea che nella scelta degli eventi da narrare si scartino quelli che non fanno comodo o che ci si ponga in modo volutamente opportunistico, ma che il modo di presentarli, e con esso la lettura che se ne dà, mutano profondamente la scena che si rappresenta.

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Dopo questa premessa generale che mi sembra utile, soprattutto a me stessa, passo alla questione specifica relativa l’affermazione della social-democrazia negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso.

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Leggere di come gli storici borghesi ritenuti, a ragione, i soggetti che meglio di tutti possono dar voce, elogiandola, alla Democrazia, valorizzano la portata dei provvedimenti politici che caratterizzarono il New Deal ponendoli sotto l’egida di un movimento culturale a cui si dà il nome di social-democrazia, non puo’ non farmi pensare all’operazione ideologica che vi sottende.
La crisi economica che attanaglio’ l’America durante i primi decenni del secolo scorso, infatti, permise l’attuazione di una serie di riforme strutturali che sembravano contrapporsi all’ideologia liberale, quella che guardava ai tempi di Jefferson come a tempi in cui gli Stati Uniti erano visti come un’ -“America equilibrata e ardimentosa della littleness[…]un paese di agricoltori, di negozianti, di piccoli imprenditori industriali che la concorrenza rendeva piu’ saldi, piu’ virtuosi, piu’ ingegnosi.“-paese nel quale la- “Concorrenza… vuol dire piccolezza, e piccolezza vuol dire libertà; ricchezza accentrata, al contrario, vuol dire tirannia e corruzione, o, nell’ipotesi migliore, paternalismo. Lo Stato, perciò-“doveva-“combattere il monopolio e i privilegi, dovunque sorgano; ma questa ha da essere anche la sua unica forma d’intervento. Per il resto, il compito che gli è peculiare” -stava- “solo nel garantire a tutti occasioni eguali e facoltà di competere nel rispetto delle regole del giuoco.” (Vittorio de Caprariis)

In un primo tempo il tentativo di rimettere in moto il ciclo capitalistico non fu attuato sotto la bandiera dei rappresentanti del progressismo, di coloro per i quali –“La concorrenza era alla base dei mali peggiori di cui godeva l’America. Ad essa, alle leggi che ne assicuravano la sopravvivenza, si dovevano la disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro infantile, i bassi salari dell’industria; e ad essa, se il paese doveva esser risanato, era necessario sostituire la cooperazione. Cooperazione”-che voleva dire certo fare –“cartello, trust e il trust”– se implicava –“ordine, razionalizzazione, maggiori possibilità di assistenza sociale,”-comportava-“pericoli gravi per la comunità tutta intera, per lo stesso funzionamento del processo democratico”– di qui, perciò, –“la necessità di un controllo, o, meglio, di un rafforzamento dell’organo predisposto al controllo. Se si ammette l’opportunità delle grandi concentrazioni economiche, insomma, occorre ammettere pure che lo Stato acquisti dimensioni ed efficienza eguali, occorre fare del “nazionalismo”, dare, cioè piu’ potere alla nazione e ai suoi istituti politico-giuridici.”-(Vittorio de Caprariis), bensì sotto quella dell’ala progressista battezzata da Wilson stesso come “nuova libertà”. L’attacco moralistico che i suoi rappresentanti (Wilson, MacAdoo e Brandeis) effettuava nei confronti  dei trusts, delle banche, dei giganti dell’industria, dei trasporti e della finanza era molto piu’ veemente di quello dei neo-nazionalisti e capace maggiormente di attrarre le simpatie del popolo americano intercettandone il sentimento piu’ atavico.
La tornata elettorale del ’12, infatti, vide la vittoria di Wilson piuttosto che di Roosvelt e Croly.
Proprio sotto il governo di Wilson fu istituito  quell’ente provvisto di poteri normativi che doveva controllare le grandi società anonime accettandone, per ciò stesso, l’esistenza; ente la cui esistenza fu auspicata dai teorici del filone opposto e che puo’ essere considerato come il precedente storico del National Recovery Act varato sotto la presidenza di F. Roosevelt nel 1932, venti anni dopo.
Ma, nonostante i tentativi di far ripartire l’economia capitalistica grazie all’intervento economico e normativo dello Stato, non si riusciva ad invertire la rotta.
Anche il secondo New Deal, che si puo’ far rientrare  entro l’arco temporale che va dal ’36 al ’40, durante il quale si cercò di cogliere i frutti seminati nel primo con un programma politico cosiddetto “anti-trust”, come scrisse Friedel era “inteso meno a far guerra ai cartelli che a prevenire una legislazione troppo drastica da parte del Congresso” e  non permise una ripresa del capitalismo.
Fu proprio in questi anni, nel 1935, che fu istituito il Wagner Act, “fino al 1935 i lavoratori americani non erano riusciti a darsi un movimento sindacale veramente forte. Restii alle suggestioni del socialismo, sospettosi degli intellettuali, delle loro idee e delle loro pretese di leadership, essi avevano elaborato una concezione originale del sindacato in cui vedevano un organo essenzialmente rivendicativo che perseguisse i suoi scopi mediante uno stretto controllo dei posto di lavoro e la distribuzione di tali posti ai propri aderenti. Questa “filosofia fatta in casa”, come la chiamò Selig Perlman, servì innegabilmente a far accettare il sindacato dalla società americana, la quale avrebbe certamente ripudiato ed escluso da sè un movimento operaio che ne avesse messo in forse i dogmi fondamentali; ma non bastò in alcun modo ad assicurarne lo sviluppo. Contro il labor, infatti, militavano ancora in America troppo fattori: il suo stesso cocciuto conservatorismo, ad esempio, che gli impediva di liberarsi di una struttura organizzativa  antiquata per cui dell'”unione” potevano far parte solo gli operai qualificati; o, ancora, la maggiore aggressività degli agricoltori che dalla fine dell’800 avevano assunto la direzione della “sinistra” americana, costringendo gli operai dell’industria su posizioni subalterne e sfruttandone l’alleanza per i propri scopi settoriali; o, infine, l’irriducibile liberismo dei giudici che riconoscevano valide le clausole antisindacali nei contratti di lavoro ed erano giunti[…] fino ad attribuirsi il potere di ordinare senza processo la sospensione di uno sciopero se solo la direzione dell’azienda ne avesse fatto richiesta.”- (Vittorio de Caprariis).
Dopo l’entrata in vigore di questa legge il “movimento sindacale americano rimase formalmente fedele alla linea tradizionale del no-partisanship ed alla massima opportunistica “aiuta gli amici, punisci i nemici”, vota, cioè, per chi in Congresso ti ha favorito, nega il tuo appoggio a chi in in Congresso ti ha danneggiato”.
Fu proprio in questo periodo che si stabilì quella profonda alleanza tra sindacati e partito democratico del Nord, uno dei pilastri, appunto, della social-democrazia. Ora trascrivo parte di un brano emblematico del New Deal, scritto da uno sei suoi fautori:

La proprietà in evoluzione,  A. Berle Jr., G. Means
Le società per azioni non sono piu’ meri espedienti giuridici attraverso i quali perseguire rapporti d’affari tra gli individui.[…]
La società per azioni, infatti, è divenuta insieme un modo di godimento della proprietà e un mezzo d’organizzazione della vita economica. In altre parole, puo’ dirsi che si sia evoluto ed abbia assunto proporzioni straordinarie un vero e proprio “sistema delle anonime”, così come vi fu una volta un sistema feudale, che è venuto acquistando un complesso di attributi e di poteri e ha raggiunto un grado d’importanza tale da consentire che se ne parli come di una basilare istituzione sociale.
[…] L’organizzazione della proprietà ha svolto una funzione costante nell’equilibrio dei poteri che costituiscono la vita di ogni epoca. Non abbiamo bisogno di risolvere qui il problema consistente nel sapere se le classi proprietarie siano state invariabilmente dominanti. Che ciò, piu’ o meno palesemente, sia accaduto in ogni tempo è la cinica opinione di molti storici; […]  giova  rilevare intanto che esse muovono tutte da un pensiero comune, l’idea che il sistema delle anonime sia divenuto il fattore principale dell’organizzazione economica attraverso la sua mobilitazione degli interessi proprietari.
Nella sua nuova forma la società è uno strumento per mezzo del quale la ricchezza di innumerevoli individui è stata concentrata in enormi complessi e il suo controllo è stato ceduto ad una direzione unificata. Il potere su questa concentrazione ha creato principi dell’industria la cui posizione nella comunità dev’essere ancora definita. La cessione del controllo sulla propria ricchezza da parte degli investitori ha distrutto i vecchi rapporti di proprietà e ha sollevato il problema di definire tali rapporti in modo nuovo. La direzione dell’industria da parte di persone diverse da quelle che vi hanno arrischiato la loro fortuna ha posto la questione della molla che sospinge i nuovi dirigenti ad operare e dell’effettiva distribuzione dei proventi dell’impresa.
Le società per azioni sono sorte in un campo dopo l’altro man mano che alle migliaia d’imprese anteriori-unità private, indipendenti e concorrenti- si sostituivano i pochi grandi raggruppamenti della moderna anonima quasi-pubblica.
Questa organizzazione di attività economica si fonda su due tipi di fenomeni, ognuno dei quali ha reso possibile un’estensione dell’area di controllo unificato. Il sistema della fabbrica, base della rivoluzione industriale, ha portato un numero sempre maggiore di lavoratori sotto una singola direzione. Poi, la società per azioni moderna, egualmente rivoluzionaria nei suoi effetti, ha posto la ricchezza di innumerevoli individui sotto lo stesso controllo centrale. A causa di entrambi i fenomeni il potere dei dirigenti s’ingrandì immensamente, mentre muta lo status dei lavoratori e dei proprietari della ricchezza investita. Entrando in fabbrica il lavoro autonomo divenne un dipendente salariato, che cedette al padrone la direzione della propria attività. D’altro canto, il possessore di ricchezza investita nella società per azioni moderna abbandonò la prima nelle mani dei dirigenti fino a mutuare la propria condizione da quella di un proprietario indipendente a quella di chi puo’ meramente beneficiare degli utili del capitale.

In questo breve saggio, in definitiva, si rilevano dei tratti essenziali del modo di essere e di interpretare dei new dealers e lo si fa tramite la descrizione di uno di quei  problemi che fu ritenuto, da loro,  di primaria importanza, “quello dei rapporti tra Stato e grandi concentrazioni economiche. Nella società per azioni moderna[…]diritto di proprietà e potere direttivo si sono dissociati e i gruppi che ne sono titolari (azionisti, obbligazionisti, e amministratori) si battono duramente, con dovizia d’argomenti giuridici ed economici, per appropriarsi la quota maggiore dei profitti. Quale deve essere l’atteggiamento dello Stato, o, piu’ concretamente, del suo apparato giudiziario, di fronte a questo conflitto? Far sì […] che la <<società per azioni serva non solo ai proprietari e ai dirigenti, ma alla comunità tutt’intera>>, obbligarla, cioè, a corrispondere eque retribuzioni ai prestatoti di lavoro, ad assicurare servizi efficienti per i consumatori e a contribuire alla conservazione di un’economia stabile.” (Vittorio de Caprariis)

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