Di eden, di uso, e di altre cose che fanno capolino nella mia testa

La merce non ha mai “valore” d’uso. La merce realizza sé stessa nella manifesta assenza in sé stessa del compimento di quanto in essa vi può essere di predisponibile all’uso.
L’uso non è mai un valore. E’ un fatto.
Osserviamo il processo al quale è sottoposta una cosa che non sia una merce. Una cosa che viene usata, e che in questo atto si consumi, muore. Muore in sè stessa e diviene altro, diviene altro, oggettivandosi in chi la consuma.
In virtù di quel consumo si avrà la produzione di un qualcosa che prima non era: nel corpo e nella carne di chi avrà consumato si otterrà una elaborazione personale e diversa rispetto a quella di un’altra persona, elaborazione che sancirà una avvenuta produzione di individualità.
Tutto si risolve, in effetti, nel corpo e nell’atto del consumo. Vero tempio di significato e produzione di senso.
Tuttavia, nessuna rielaborazione personale può fare a meno del significato già oggettivato nella natura di una cosa.
Ma cosa è, per l’uomo, la natura di una cosa? Per l’uomo la natura di una cosa potrebbe essere, per esempio, la cosa in sé, nella sua qualità di cosa, indipendentemente dall’azione compiuta dall’uomo su di essa. Una mela per l’uomo potrebbe essere una mela nella sua qualità di cosa che nasce dall’albero e che ha un suo ciclo biologico integrato con il ciclo di altre cose. Ma per l’uomo il consumo di una mela non è mai un atto isolato.

 La presenza dell’umanità, infatti, inscrive nell’ordine di quanto è impossibile (e impensabile) l’isolamento di un qualsiasi atto. Se all’uomo fosse bastato il mangiare, il cogliere a piene mani i frutti della terra, così come per gli animali, non si sarebbe determinato l’uomo. Se l’uomo avesse potuto mangiare mele senza dover lavorare per produrle, l’uomo non sarebbe stato uomo.
L’uomo nasce proprio a cagione di questa impossibilità.
Passaggio dal regno dell’Eden a quello dell’umanità.
Nel regno dell’Eden egli poteva mangiare a dismisura senza faticare, senza produrre lavoro.
Questa immagine presuppone l’esistenza di un mondo sovrabbondante del quale non abbiamo traccia realistica, ma che attiene ad una produzione mitica. Che è già una elaborazione.
Noi pensiamo all’eden come al regno della animalità, dimenticandoci che in esso, e nella produzione mitica di esso, si trasferisce, realizzandosi, la vera umanità. La vera umanità in quanto privata della necessità del dover faticare, del dover, ossia, produrre pratiche che la sottopongano ad una tensione sociale (dalla quale si producono, a propria volta, potenziali divergenze sociali).
L’impossibilità dell’uomo del poter esistere senza produrre lavoro, lo pone in una dimensione necessariamente sociale. Una mela, per l’uomo, non sarà mai solo una mela, bensì sempre, ed anche, mille altre cose, oggettivate e nascoste nella forma apparentemente semplice della mela.
Una mela non è la mela.
Ma, questo passaggio dal regno della indeterminazione a quello della determinazione a noi non appare, a causa di un nascondimento al quale siamo continuamente sottoposti e lo siamo nella misura e nella forma in cui si estrinseca il rapporto sociale dominante di produzione.

Un uomo di una società non mercantilistica e non capitalistica, può essere soggetto a un tale nascondimento a causa di particolari tipi di rapporti sociali di dominio, ma qualsiasi sia la forma che essi assumano, questi rapporti sociali di produzione, che soli consentono ad una mela di essere la mela, sono come il terreno che rende possibile all’albero di produrre la mela. Terreno che sarà presente nella mela, ma in una forma altra.

Una mela è produzione di quella mela. Produzione di quella mela è la forma del lavoro umano e del rapporto sociale nascosto in essa: forma del lavoro umano necessario per produrla, il quale segna di senso e di forma il nostro sistema valoriale.
Per ognuno di noi una mela può essere una buona o una cattiva mela. Ora, una buona mela la si può gustare e dimenticarsi subito di quella bontà, una cattiva mela la si potrà trovare ripugnante e ci si potrà dimenticare subito di quella ripugnanza, ma ciò che a noi, in questa società, rimane, non è la percezione della qualità, bensì il grado, il valore che avremo assegnato a quella qualità. Se la qualità del gusto sarà necessaria al fine di discriminare le mele, noi valuteremo la qualità ritenuta generalmente pessima come negativa e tenderemo a riperpetuare questo giudizio.
Convinzione diffusa è l’esistenza di un nesso di ordine causale tra percezione della bontà ed effettiva bontà della cosa in sé. Ma non è affatto vero, per esempio, che una cosa rientrante nella percezione di cosa cattiva, in ordine alle sue qualità morali, sia cattiva nella sua evidenza percettiva. Può essere vero, così come non può esserlo, e il segno di questa instabilità non può fare di questa ricorrenza una regola.
Una società che non abbia bisogno di assegnare un valore altro, a causa, per esempio, di una abbondanza relativamente illimitata del frutto, sarà una società nella quale non esisteranno valori necessariamente condivisibili in relazione alla qualità di bontà o di cattiveria della mela, bensì ogni rielaborazione personale di una esperienza potrà o cadere nel dimenticatoio o produrre una serie di altre cose diverse e personali in ordine a quella mela.
Non è il gusto in sé stesso a marcare di senso la natura dell’esperienza umana, bensì le condizioni di possesso che rendono possibile l’accesso alla mela. In presenza di condizioni di possesso non limitate da una finalità precisa, quale per esempio il profitto, ma mediamente possibili per tutti, non avrà importanza l’attribuzione di qualità valoriale, bensì quanto altro sarà possibile in virtu’ di una elaborazione individuale.
La catalogazione, apparentemente immediata, con la quale noi rappresentiamo il mondo, è, in ultima istanza, niente altro che il senso comune appiattito, quotidiano e generale del nostro percepire le cose, quindi di vivere. Senso comune reso necessariamente generalizzabile che rende eguale e privo di diversità umana lo scibile.
Pur esperendo tutto ciò, noi, in realtà, non lo sappiamo. Lo nascondiamo sempre a noi stessi, ma non è nel nascondimento la gravità del nostro fare, bensì nell’atto del ritenere naturale, indiscutibile, quanto si è reso necessario non sulla base di un presunto ordine naturale, bensì di una esigenza sociale, nella fattispecie quella legata alla necessità di catalogare le cose affinchè esse acquisiscano la qualità di omogeneità.
Da cosa nascerebbe e in cosa consisterebbe, infatti, la produzione di un mito quale quello dell’eden? Perché questo costante ritorno, questa costante ripetizione, di un mantra mitico, riecheggiante un mondo di benessere e di pura felicità sensoriale senza peccato, senza colpa? Dove sono la colpa, il peccato, se non nella forma che assume, ad un certo punto del progredire storico, la fatica umana?

Cosa ci impedisce di gustare la mela in modo personale, come se fossimo nel giardino dell’eden? Cosa ci impedisce di dare pieno spazio alla realizzazione della nostra specificità umana, ossia la produzione di diversità? Cosa impedisce alla nostra specificità umana di poter essere quello che è, ossia il non essere ancora?
E cosa può avere di diverso la specificità umana se non l’estensione di una produzione altra da quella esistente, formalizzabile nella cosiddetta produzione artistica? La rielaborazione di un dato sensoriale in un prodotto nuovo, frutto della rielaborazione personale, individuale, quindi libera? E perché, se non per questo, si dice che l’arte è universale? Perché quella forma di godimento estremo prodotta dall’aver sottoposto i propri sensi agli influssi di una qualsiasi opera d’arte?
La vera specificità umana è riscontrabile proprio nella esistenza della produzione artistica. Non a caso si tende a rendere inscindibile la definizione di arte da quella di libertà.

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Riflessioni su Reich e su ‘sesso’.

Riflessioni seguenti la lettura di questo articolo.

Non molto tempo fa ho avuto modo di leggere Reich, su sollecitazione di continui rimandi ai suoi scritti, da parte di un compagno. Ebbene, ne rimasi assolutamente delusa.
Posso dire che trovai il suo pensiero assolutamente poco scientifico e mal strutturato, sia dal punto di vista dell’analisi specifica, relativa all’approfondimento dei suoi termini-oggetti, che proprio del tentativo di rinsaldare l’analisi di Marx per il tramite di un lavoro che avesse come obiettivo primario quello di svelare e mettere alla luce delle presunte mancanze storiche, ricercandone le cause in una ideologia di massa.
Anche perché penso che sia una assurdità una tale locuzione “ideologia di massa”.
Esiste una sola ideologia, che è l’ideologia della classe dominante, la quale diviene ideologia della classe dominata.
La classe dominante non ha interesse a destrutturare quella ideologia, in quanto essa vive e pasce sulla falsità; la classe dominata è modellata su quella ideologia, ma ha interesse a destrutturarla in quanto essa non corrisponde alla vita sociale che la rispecchia. Il fatto che abbia interesse a farlo, non significa che essa ci riesca, infatti il riuscirci presuppone la vittoria non di una lotta, ma della guerra; presuppone, cioè, che i passi compiuti nel teatro della guerra, possano, in qualche modo, essere progressivi, possano, cioè, essere riconosciuti nella loro verità e non, ogni volta, bistrattati e denigrati.
L’ideologia non si riesce a destrutturare così come non si riesce a rivoluzionare lo stato di cose presente. Io non vedo una discrasia tra i due fattori, dal mio punto di vista essi sono strettamente intrecciati.
E’ vero anche, però, che il singolo individuo compie dei passi che segnano, comunque, il processo storico, che lo riempiono di un senso diverso. Questi singoli individui sono destinati a una tragica fine, ma non possono, però, fare a meno di fare quanto fanno: mettere in discussione l’esistente dalle sue radici.
Questi singoli individui sono modellati su quella ideologia, ma, partendo da semplici, quotidiane riflessioni e rigetti, devono necessariamente contrapporsi ad i miti fondativi di questa società.
La destrutturazione di questi miti è atto che non puo’ essere compiuto se non dal singolo, non è pensabile che ci siano masse che decidano di cambiare l’esistente sulla base di riflessioni comuni e di destrutturazioni comuni, in quanto ciò presuppone che tali masse si impegnino per organizzare il loro sociale sulla base di altri miti e questo sarebbe indubbiamente sbagliato e fuorviante. Esperimenti sociali ne abbiamo visti in abbondanza negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso.
Un gruppo può condividere una destrutturazione solo se si pone un limite preciso: quello della libertà individuale. La libertà di cogliere quella destrutturazione e di elaborarla a modo proprio.
Non puo’ esistere, infatti, una nuova società se non si rivoluzionano i rapporti di produzione.
I modi di vivere sociali non sono slegati dalla struttura materiale, ma sono: o riflesso di quest’ultima o liberazione dalla necessità e dai bisogni (così come sogna il comunismo).
Per esempio, un approccio interessante fu proposto da Alice Miller, la quale partiva dall’analisi comune della psiche per andare a individuare dei modi personali di liberazione.
Il mondo del sesso non puo’ mai essere un mondo definito una volta per tutte, così come quello della famiglia, entro questi ambiti ci saranno delle costanti delle quali il Dominio non puo’ fare a meno.
La costante, per esempio, della subalternità intellettuale, che nel mondo della famiglia si esplica nel rapporto genitore-figlio minore, minorato. Ma il mondo della sessualità e del piacere sessuale non ci dice nulla in relazione ad alcuna costante. Il piacere, infatti, è correlato alla sessualità solo in appendice. La sessualità è sì luogo dei tabu’, ma solo in quanto essa presuppone la centralità del corpo, ma il vero oggetto dell’attenzione non puo’ essere l’appendice, ma l’oggetto primario sul quale si esplica il dominio: il corpo.
E’ il corpo che è imprigionato da tutti i punti di vista delle possibilità individuali, compresa la possibilità del piacere. Ma “piacere sessuale” è un mito che copre ben altre tragedie, e ben più profonde, e radicali, schiavitù.

Complessità e fenomeni

L’intelletto riflettente inizia col respingere i modi di rappresentazione del cuore, della fantasia, ed i sistemi della speculazione, i quali esprimono la connessione tra Dio e il mondo; per avere Dio nella sua purezza, nella fede o nelle coscienza, lo si separa, come essenza, dal fenomeno, come l’infinito dal finito. Se non che, operata questa separazione, subentra la convinzione della relazione del fenomeno con l’essenza, del finito con l’infinito ecc.; e quindi la domanda, propria della riflessione, sulla natura di questa relazione. E’ nella forma della riflessione su di essa, che sta tutta la difficoltà della cosa.

G.W.F.Hegel, Fenomenologia dello spirito

Ricardo commette tutti questi errori. […] Il
volgo ne ha concluso che le verità teoretiche
sono astrazioni che contraddicono ai rapporti
reali. Invece di accorgersi, al contrario, che
Ricardo non spinge abbastanza nell’astrazione 
esatta, e quindi cade in quella falsa.

K. Marx da Sebastiano Isaia.

 

L’astrazione, quindi, rappresenta un modo per avere tra le mani (e nella mente) la complessità. E’ chiaro che esistono vari modi di porre questa complessità. Il modo che si sceglie, corrisponde all’interpretazione che si dà di essa.

Può corrispondervi in modo più o meno consapevole, ma, tirate le fila, si ottiene una corrispondenza.

Esistono tante complessità, ma, i modi per estrarle dalla matassa dei fenomeni, ci dicono del fine per il quale la si estrae.

Fatto sta che, nel momento in cui la si astrae, la complessità diviene altro dai fenomeni singoli. Diviene anche la forma delle contraddizioni nelle quali essi inciampano e nelle quali essi vivono al pieno della loro potenza e forza.

La complessità è, quindi, altro dai fenomeni, però, il legame che li tiene uniti ad essa, è determinante al fine della verità finale che essa conterrà.

I fenomeni hanno sempre, necessariamente, un legame con le condizioni materiali che li originano. Ritrovare questa radice non è certo semplice. Esistono, tuttavia, delle linee guida, ossia degli oggetti che, in questo fluire storico, pur trasformandosi, riflettono la modalità umana di relazionarsi con l’esistente. Questa modalità è lo Spirito dei tempi. Cambia a seconda di essi, cambia l’istanza che porta, ma resta come punto fisso.

Una volta che si è ottenuta una determinata complessità, avviene che essa la si voglia mettere in relazione con la forma assunta dai fenomeni, in quanto la si è astratta da essi.

Si pensa di poter ottenere una identità dalle diversità, ma noi abbiamo detto che la complessità è altro dai fenomeni. I fenomeni, nel trapasso alla complessità, diventano forma altra da una identità.

E che cosa è questa complessità che si ottiene? Questa complessità rappresenta, per chi se la trovi tra le mani, lo stato dello Spirito dell’umanità. Chiaramente, a seconda di chi la avrà astratta, essa sarà diversa e dirà qualcosa di diverso.

Questo messaggio che essa porterà, sarà il messaggio politico contenuto in essa. L’interpretazione diversa dello Spirito dei tempi.

La domanda che, chi ha in mano questa complessità, si pone, è una domanda che ricade in un errore: quello di pensare ad i fenomeni dai quali si è tratta come alla forma vera della realtà. Ma se questa fosse la forma vera, non ci sarebbe il bisogno dell’astrazione, la quale rappresenta proprio la ricerca della verità, della realtà.

Dal punto di vista di una analisi materialistica e storica, che abbia le proprie fondamenta nel lavoro di Marx, la realtà corrisponde ad una verità politica che mette in evidenzia il come la storia sia divenuta storia di lotta tra classi e, in conseguenza di ciò, evidenzia le modalità per il tramite delle quali tale lotta possa assurgere alla sconfitta di una delle due classi. Chiaramente il lavoro di Marx non ci dice solo questo.

Avuta una complessità, è necessario poter lavorare con essa come se fosse un oggetto a parte, un oggetto capace di svelarci i modi per il tramite dei quali questa complessità possa trasformarsi in altro da ciò che è, e possa indirizzarsi verso il fine che, dal nostro punto di vista, è quello vero: quello che le permette di modificare la realtà, quindi sè stessa, sulla base dei nostri interessi.

L’allenamento, quindi, sta nel non confondere mai la complessità con i fenomeni dai quali si è tratta, ma, al limite, di ricercare in quei fenomeni sprazzi e parti di quella complessità. Sprazzi e parti che corrispondono ad una essenza possibile solo in virtù del fatto che sia stata precedentemente estratta da loro.

 

Appropriazione illegittima di forza viva

Il mezzo di produzione, ossia lo strumento, appare, ad una visione immediata, come l’essenza del Capitale: la modalità essenziale per il tramite della quale esso può esistere e riprodursi, ossia essere e fare sulla base di quello che è.
Sembra, quindi, che il mezzo di produzione sia l’essenza per la trasformazione del Capitale.
Ciò avviene perchè si parte dal presupposto che il mezzo di produzione sia una materia di proprietà del capitalista, mentre la forza viva, ossia il lavoro umano, capace di indirizzare la potenza (utile) scolpita nelle forme dei mezzi di produzione, appare come elemento transitorio, e non necessariamente, unicamente, legato alle funzioni svolte dal proprietario del capitale.
Quindi, il mezzo di produzione appare l’essenza che permette al Capitale di generare merci, valore o prodotti. Non si nega l’importanza del lavoro vivo, ma la si banalizza, la si relega ad un piano subordinato.
Si dice: “Il capitalista può arricchire il mondo a cagione della proprietà dei mezzi di produzione” e, dicendo ciò, si conferma, agli occhi dei più, una funzione sociale che appare di fondamentale importanza per l’umanità. “E’ vero”- si dice- “che il lavoro umano rende possibile questa trasformazione, ma è anche vero che il lavoro umano viene pagato dal capitalista e che, quindi, essendo pagato, è rappresentazione di una libertà che l’operaio (o colui che vende la propria forza lavoro) agisce. E che potrebbe, quindi, anche non agire, negandola. Tanti operai (o tanti lavoratori) potrebbero decidere di non agire la propria forza lavoro e di usarla diversamente”.
Appare altrettanto vero, ad una analisi immediata, l’assurdità di un tale assunto, giacchè non è affatto vero che in una società fondata sul denaro merce, le persone possano sopravvivere al di fuori di questa modalità, a meno che, chiaramente non si organizzino insieme per sovvertirla e rivoluzionarla.
La constatazione di cui prima, rafforza, nel pensiero dei più, l’idea che la funzione sociale del capitalista sia non solo essenziale, ma benefica. “E’ solo”-si dice-“per il merito dell’avanzamento tecnologico che si è data la possibilità all’umanità di elevarsi”. Si dice ciò applicando, automaticamente, una sovrapposizione tra l’avanzamento tecnologico e il modo di produzione capitalistico, avanzando l’idea che una progressione tecnologica non possa esistere al di fuori di tale modo di produzione, al di fuori di tale modo sociale di esistere.
Ma ammesso che si appurasse come legittima e pacifica l’impossibilità di esistere al di fuori del sistema capitalistico, la tal cosa si baserebbe, comunque, sull’assunto dell’esistenza di una libertà relativa, (certamente maggiore ad altre conosciute) del lavoratore, giacchè si partirebbe dal presupposto che egli sia ontologicamente libero, a cagione del fatto di affittare momentaneamente la propria forza lavoro e che egli, nel resto del tempo a propria disposizione, non solo possa pascere indisturbato, coltivando le sue passioni e i suoi piaceri, ma, addirittura, possa farsi egli stesso capitalista e dominare maggiormente sulla propria vita.
Ma è proprio vero che la forza lavoro venduta dall’operaio è sua proprietà?
Vediamo di capirlo: nel momento in cui l’operaio vende la propria forza lavoro, non la vende ad un prezzo che stabilisce da sé, ma la vende ad un prezzo, (il salario,denaro del capitalista) che equivale solo alla grandezza di valore utile affinchè l’operaio acquisti mezzi di sussistenza. Mezzi di sussistenza che, a seconda dell’andamento globale del mercato e delle condizioni del Capitale, possono includere bisogni più vasti, ma la cui quantità deve essere, comunque, contenuta da un meccanismo non deciso da chi produce quelle merci, quei prodotti, atti a soddisfare quei bisogni, ma da agenti esterni alla sua volontà.
Ora vediamo che, se i mezzi di sussistenza, in quanto soddisfacenti bisogni determinati, rappresentano una grandezza costante per l’operaio, e quindi anche il salario per il tramite dei quali li acquista ha una conseguente grandezza costante, la stessa cosa non vale per il denaro del capitalista, ossia per il denaro con il quale il capitalista paga l’operaio. Il denaro è chiaramente sempre quello, ma avrà un valore diverso per i due attori.
Per il secondo, infatti, il denaro avrà una grandezza variabile, in quanto rappresenterà sempre altro, ossia Capitale, il quale è, nella sua essenza, generatore di valore.
Quindi, quando il capitalista paga l’operaio per il lavoro che egli svolge, in realtà non paga l’operaio per una sua prestazione, bensì lo paga per avere la proprietà dell’operaio, in quanto il salario è il modo per il tramite del quale egli puo’ esistere e riprodursi (ossia riprodurre la propria forza lavoro e la propria forza sociale, che sarà sempre diversa da quella del capitalista).

Valore della merce

Su cosa si base il valore di una merce? E dove si nasconde il frutto ottenuto per il tramite del lavoro salariato?
In primis occorre dire che il fatto di essere salariati presuppone che si debba produrre una ricchezza. Si dà un salario a qualcuno affinchè egli svolga questa funzione ‘sociale’. Si viene pagati per questo.
Allora, un produttore di merci (e le merci non sono solo quelle tradizionali alle quali pensiamo in modo immediato, ma la merce assume anche la forma di un servizio) viene assunto sulla base di un salario stabilito.
Il guadagno di chi anticipa quel salario (che è una parte del Capitale investito) è ottenuto dal fatto che il produttore di merci deve produrre merci, le quali, a loro volta, dovranno avere un valore superiore rispetto a quello che avevano prima.
E’ anche probabile che quella merce, prima, non esistesse, ma ciò non toglie nulla alla validità del discorso, infatti ciò che dovrà crescere è il valore del denaro che si è investito. Se io investo un tot di denaro, al momento della produzione e della discesa sul mercato della merce ottenuta, esso dovrà essere cresciuto; ossia, la merce prodotta dovrà avere un valore, sul mercato, superiore a quello di prima.
Da cosa è dato che essa abbia un valore superiore a quello di prima? Dal fatto che tale merce potrà essere acquistata con più difficoltà da alcuni soggetti.
Quali sono questi soggetti che dovranno necessariamente avere più difficoltà nell’acquistarla?
Vediamo di capirlo. Quando un operaio (o un produttore di servizi) comincia il suo lavoro, ossia viene assunto, dovrà avere la forza per produrre, ossia dovrà aver avuto la possibilità, in precedenza, di acquistare (o comunque di assumere) un determinato numero di merci il cui consumo sia finalizzato alla formazione di quella forza.
Nel mentre lavora, però, egli consuma quella forza. Quando lui torna sul mercato per ricomprare quelle merci al fine di riprodurre quella forza, egli ne potrà comprare di meno in rapporto a quando è entrato. Ossia, non necessariamente dovrà poter comprare in misura minore quelle stesse merci, ma necessariamente egli dovrà poter comprare con più difficoltà, vale a dire che il suo potere di acquisto sarà diminuito. E dovrà necessariamente essere così, in quanto, il valore del denaro investito in precedenza per produrle, dovrà aver aumentato il suo valore, altrimenti il capitalista non si perticherebbe di investirlo.
Nel complesso le merci prodotte sul mercato mondiale rappresenteranno una ricchezza maggiore alla quale l’operaio non potrà accedere. E questo è necessario in quanto in ciò risiede la specificità e il fine del suo lavoro. Produrre una ricchezza (profitto) maggiore per il capitalista. E il profitto per il capitalista è, necessariamente, povertà per l’operaio, in quanto il capitalista, essendo un uomo, dovrà rapportare la sua ricchezza sulla base di quella di altri uomini (a parte il fatto che quella ricchezza gli deriva solo dal lavoro di altri uomini, ma qui si aprirebbe un altro capitolo, teso a stabilire cosa sia il furto di tempo di vita che è alla base proprio di questa ricchezza).
Inoltre, essendo il processo capitalistico un qualcosa che investe il mondo intero e che tende, quindi, a crescere sempre, ossia a non arrestarsi, esso tenderà a mettere in competizione un numero sempre minore di capitalisti, in quanto, a causa della concorrenza, loro dovranno necessariamente provare ad arricchirsi oltre misura, in una misura sempre più spropositata.
Dacchè si avrà un mondo formato da poche persone ricchissime e molte persone sempre più povere, ma questa condizione non è eliminabile, in quanto è proprio l’essenza e lo scopo del rapporto: capitalista-operaio. Rapporto che prevede un fatto saliente: che il secondo produca la ricchezza per il primo e la povertà (sempre in relazione alla grandezza della prima) per sè stesso.

-Di American Crime e altre serie-

In American Crime sparisce la vista dell’autorità. Sparisce proprio visivamente dall’immagine, si ascolta e si sente solo in quanto voce. Fredda, impositiva, ma solo voce. Scompare, dal campo della visuale, la sua immagine. Ciò rafforza gli effetti che produce nei soggetti da essa dominati, che vi si ribellano, in modi non conformi sia all’immaginario reazionario che a quello classico rivoluzionario.
Nella realtà è la verità di una risposta autentica e contrastante, che rompe, sempre, la quiete di sogni commissionati.
Una tale scelta tecnica non si comprenderà mai con il lume di un raziocinio di tipo illuminista, già consapevole e progettato, teso ad un obiettivo ‘cosciente’. Così è sempre nell’arte. Ma, essa perviene all’obiettivo per il mezzo di una mediazione istintuale che, alla forma e con la tecnica, si è dovuta plasmare. Con il lavoro, la fatica e le bestemmie indotte da un trascinamento che non sempre promette i frutti sperati. Puo’ non essere così. Non rappresenta una regola il fatto che, allo scendere nelle profondità, debba corrispondere una bestemmia, un rinnegamento.
Ciò che perviene a chi si nutre dell’opera è, comunque, quel messaggio. A chi si disponga per riceverlo, chiaramente.
E’ un mistero come una tal cosa avvenga, probabilmente è al di là di quanto ci è dato, per il momento, di tradurre con le parole. In effetti, i limiti ai quali siamo sottoposti sono superiori alla nostra immaginazione. Per quanto una tale cosa sia possibile: quanto è pensabile e immaginabile è, infatti,possibile. Possibile, sì, ma non probabile. E il probabile è sempre al di là della nostra immaginazione.
In American Crime i soggetti dominati da forze esterne, impossibilitate a ritrovare in quelle interne un loro movimento, sono molteplici. Non corrispondono solo all’immaginario del soggetto esclusivamente contrassegnato da una posizione sociale appiattita sul dato economico. Questo tipo di situazione rappresenta quella trascinante, in grado di portare con sè tutta la storia seguente, ma non, unica e sola, si staglia nella sua potenza immaginifica a modo di eroismi manicheisti, bensì nella sua dimensione più ampiamente sociale, capace, quindi, di volgere diversamente l’andamento di tutte le storie che si compattano in una Storia.
Quello che mi sorprende, appassiona e affascina, facendomi desiderare di accendere lo schermo, in molte serie è proprio quel contenuto rivoluzionario, che sembra il grande assente di questo mondo e che, in realtà, continua a scavare come una talpa, pur se per la maggior parte del tempo, lo fa, appunto, da sotto terra.
Queste produzioni, queste opere d’arte cinematografiche, pervengono nell’intimo di noi stessi e scuotono quanto è assopito e addormentato o quanto non può trovare riscontro in un reale tanto assopito e addormentato. Rendono manifeste le contraddizioni nelle quali marcia, e versa, il sistema sociale e, più di tutto, manifestano l’insofferenza che serpeggia, latente o meno, in esso. E questa insofferenza è il vero bacino, possesso di tutta l’umanità, che dovrebbe traboccare, scoppiare e sommergere la menzogna che galleggia, dominando tutto il mare.
Titoli di serie che menzionerei a tal proposito sono:
Dexter, American Horror Story, Deadwood, American Crime, Bad Breaking, True Detective, In Treatment (pr. HBO), Six Feet Under, Billions, Boardwalk Empire, Taboo, I Soprano, The Knick, The Fall.

A proposito di geni e di ereditarietà

“Si tratta in ogni caso di tratti poligenici, che dipendono cioè da un gran numero di geni diversi, soprattutto nel caso della schizofrenia e del livello di scolarità: le conclusioni circa le influenze genetiche vanno quindi considerate con molte cautele.” (L’evoluzione continua della specie umana)

e la problematicità della correlazione non dipende solo dal polimorfismo genico, ma anche, come si evince da quest’altra lettura,…
“Il modello esplicativo del paradigma genetico è fondato sul centrismo genico. Secondo questo modello, l’adattamento di una popolazione è spiegato dalla capacità dell’ambiente di selezionare i caratteri ereditari favorevoli e del patrimonio genico di mutare casualmente. In questa concezione, viene implicitamente assunto che i geni siano tali da determinare i relativi caratteri in modo diretto e additivo ed essere tramandati in forma invariata da una generazione all’altra, a eccezione di eventi mutazionali casuali.
L’assunzione che i geni possano determinare i relativi caratteri fenotipici in modo diretto presuppone che stiano in rapporto uno ad uno con le proteine per le quali codificano. In effetti questa aspettativa è fondata sulle esperienze di Tatum e Beadle in Neurospora secondo cui esiste solo un gene per ogni enzima presente nella cellula. Numerose evidenze sperimentali, prima fra tutte, la recente stima di circa 30,000 geni del progetto del genoma umano, dimostrano invece che la diversità proteica supera di gran lunga quella semplicemente derivabile dalle conoscenze genomiche. Inoltre, i meccanismi di splicing alternativo, le modificazioni post-trascrizionali dei neotrascritti e quelle post-traduzionali delle proteine nascenti consentono ad uno stesso gene strutturale di produrre numerose varianti proteiche a seconda del contesto cellulare o ormonale in cui è fatto esprimere. Se i geni agissero in modo addittivo come assunto dal centrismo genetico l’integrazione genomica dovrebbe essere intesa come una conseguenza dell’ambiente in cui gli stessi geni sono stati casualmente selezionati. piuttosto che una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, perchè possano esprimersi in modo temporalmente coordinato. In altre parole, si riduce ad effetto ciò che, in virtù della complessità delle interazioni geniche, dovrebbe invece essere inteso come “causa” della stessa possibilità di esprimere in modo coordinato l’informazione codificata. Assumere che i geni agiscano in modo diretto ed additivo, equivale quindi ad attribuire un ruolo causale soltanto al genotipo e a ridurre il relativo fenotipo a puro e semplice contenitore per l’espressione genica. In questo contesto, la selezione genotipica si giustificherebbe perchè soltanto i geni possono svolgere il ruolo di replicatori e non altre unità come i genomi, gli organismi e le specie. In questa visione “egoista” i geni costruirebbero perciò gli organismi unicamente come veicoli per la propria replicazione e, in quanto tali, sarebbero gli unici ad andare soggetti al vaglio selettivo (Dawkins, 1999). Tutto ciò comporta il totale disconoscimento della natura e della complessità delle interazioni che sussistono tra genoma e ambiente e l’attribuzione al solo gene dello status di innovatore perchè unico, tra le tante strutture cellulari, a potersi autoreplicare. In altre parole, gli organismi si riproducono perchè contengono molecole che si replicano. Da questo punto di vista, la riproduzione a livello organismico viene quindi a coincidere con la replicazione a livello molecolare. In realtà, attribuendo valore funzionale alla sola replicazione, si assume come attivo il processo di copiatura del DNA che è invece da ritenersi passivo e si attribuisce ai soli errori di copiatura la possibilità di introdurre novità nel patrimonio genico di una specie.
Se il gene è concepito in modo diretto e additivo è gioco forza che in una visione gene-centered non si possano prevedere meccanismi di feedback tra genotipo e ambiente. Questa concezione è da correlarsi con il presupposto fondamentale di una vera e propria barriera tra le linee germinale e somatica. Ne consegue che niente di ciò che è sperimentato dal fenotipo puo’ essere trasferito al genotipo ed essere trasmesso inalterato attraverso le generazioni. Si noti tuttavia che le evidenze a sostegno della teoria di Weissman si fondano sull’osservazione che le cellule germinali segregano precocemente nel corso dell’embriogenesi, mentre in realtà la possibilità che la barriera somatico-germinale possa essere superata è dimostrata dalla persistenza intergenerazionale di endosimbionti nei follicolo ovarici di molte specie di insetti., sia dal trasferimento endocitotico di retrovirus espressi dalle cellule follicolari di Drisophila melanogaster. In conclusione, questi dati dimostrano che il processo di trasformazione genica è molto piu’ complesso di quanto il paradigma genetico della mutazione puntiforme lasci presupporre. Il concetto di gene sul quale il paradigma è tuttora fondato equivale a quello di unità indivisibile della trasmissione ereditaria della prima accezione mendeliana. In realtà, equiparando il gene a un tratto di DNA equivalente a un’unità di espressione, sia pure comprensiva di elementi regolatori e strutturali, se ne disconosce l’evolvibilità, cioè la capacità di generare fenotipi ereditabili in virtù di strategie che siano esplorative di nuovi adattamenti e al tempo stesso riducano i vincoli che si frappongono al cambiamento.”

(I paradigmi genetico ed epigenetico a confronto, Franco Giorgi).

-Geometria-

L’uomo ha prodotto la geometria. Molto probabilmente, a causa dello sviluppo delle forze produttive. Questo sviluppo sarà stato, ad un certo tempo, avanzato a tal punto, da permettere una tale deriva. Dalle forme meno tonde e più squadrate, sarà passato ad interrogarsi sulle linee rette, da lì, sullo scorrere del tempo, sulla direzione di esso, ecc ecc. Da tutte queste belle cose ne sarà uscita una Teoria che, a propria volta, avrà permesso la produzione di altra tecnologia, la quale avrà consentito l’accentuarsi di una determinata direzione dei rapporti sociali. Ma tutta questa Teoria, che lui ha pensato di espandere alle ragioni di tutto ciò che esiste, in realtà, a tutto l’altro che esiste, non è necessariamente legata nella maniera alla quale siamo soliti ricorrere: ossia al tipo di relazione stretta, finalistica, di causa effetto.
L’aver esteso la produzione di Teoria a tutto il resto, proviene da un difetto di identificazione. L’uomo si identifica  a tal punto con le proprie produzioni da confondersi con esse, fino a pensare di essere divenuto esse. E forse ci diventa realmente. Ma il fatto di essere una natura mutante, collegata allo sviluppo delle forze produttive in modo così inestricabile e determinante, gli infonde anche, contestualmente, quella scintilla che chiamiamo libertà e che gli suggerisce continuamente di non morire, una volta per tutte, entro quegli schemi mentali, che pur gli consentono di esistere.
Un triangolo è un triangolo con delle proprie leggi, che gli consentono di essere quello che è, ossia nulla e/o tutto il resto che gli proviene da quelle leggi. Ma nessuno ci dice che la linea retta, perchè retta, e perchè diretta in un modo che a noi appare unidirezionale, ci dica qualcosa di “reale” (nel senso di assoluto) sul tempo e su quello che noi percepiamo come infinito…
Il tempo, ammesso che esista, nel frattempo se ne fotte di noi e continua ad esistere per sè stesso e noi non sveleremo mai nulla sul tempo che ci approssimi all’idea di un Dio, all’onniscienza e onnipotenza con le quali ci siamo dovuti/voluti ritrarre. Anche l’onniscienza e l’onnipotenza ci derivano dallo stesso difetto di identificazione, ed è molto probabile che, in un tempo diverso, con forze produttive diverse, rapporti sociali diversi, anche il linguaggio cambierà, e con esso il pensiero. Ammesso e non concesso che si possa pensare ad una scala temporale gerarchica tra i due.
Un giorno avremo altri miti, forse, e finalmente essi saranno molto più individualistici, quindi veramente liberi. Mi sa che quel giorno non lo vedremo, però già il sognarlo ed il pensarlo ci fa essere oltre e un pò altro.

-Antispecismo e lotta di classe-

L’antispecismo parte dal presupposto che non sia possibile formalizzare una gerarchia tra le specie viventi; ossia che non sia possibile determinare un dominio di una specie sulle altre e ciò a ragione della sensibilità riconosciuta per principio a tutte le specie viventi.
Che tutte le specie viventi abbiano una sensibilità, e siano quindi dotate del senso del dolore e del piacere, è un qualcosa a cui si puo’ attribuire lo status di verità, così come quello di menzogna. Potremmo, tuttavia, accettare con maggiore facilità che il primo status sia piu’ vero del secondo; infatti, in quanto capaci di determinare un male enorme e generalizzato, dovremmo aver acquisito la capacità di pensare ad esso come ad un qualcosa di potente, come ad un’ arma, quindi come ad un qualcosa alla quale prestare attenzione.
Al di là di ciò, tuttavia, il vero problema dell’antispecismo è quello di cadere necessariamente nella questione dei diritti. Infatti, l’ammettere che un’altra specie vivente provi il dolore così come lo conosciamo noi, non è che un passaggio, il quale nulla mette e nulla toglie alla questione essenziale e primaria, quella del dominio.
Attiene alla specie umana il dominio, la possibilità -quindi capacità- di agire un dominio, ossia una potenza maggiore rispetto ad altre, date e presupposte.
Entro la sfera del dominio immaginare una scala di valori, possibili per il tramite dell’azione normativa dei Diritti, è qualcosa di fuorviante e di errato. Perché? Perché è la strada che quel dominio persegue a segnare il passo a tutto il resto. I Diritti sono solo una formulazione storica determinata e portatrice di una particolare visione del mondo, che, nello stesso tempo, assume su di sé particolari interessi materiali.
Il dominio puo’ assumere la forma di un progetto comunitario, volto quindi ad una soddisfazione di interessi comunitari, o puo’ assumere la forma dell’assenza di un progetto, propedeutica ad interessi privatistici. Il bisogno di usare altre specie viventi è determinato non da un male innato, calato non si sa da dove ed astratto indifferentemente da situazioni materiali indeterminate, ma da interessi che non hanno un legame con quello, unico, reale e riconoscibile, per la specie umana. Non è possibile scindere le due cose. La lotta per la fine della violenza sulle altre specie viventi non puo’ che coincidere ed identificarsi nella lotta di classe per l’abbattimento di quella classe che detiene il dominio del mondo al fine di assicurare la propria sopravvivenza.

-Comportamenti e reti neurali-

 

Dallo studio descritto nell’articolo linkato, si deduce che le connessioni neurali variano da specie a specie, quindi i comportamenti relativi non dipendono nemmeno da esse o meglio non dipendono esclusivamente da esse, infatti comportamenti omologhi si hanno con reti neurali diverse.
Quindi la suggestione chimica sarebbe da relegare in un piano secondario.
Sempre nell’ articolo si accenna ad un tipo diverso di evoluzione. In sintesi, ogni specie avrebbe evoluto le proprie connessioni in base a risposte diverse, date a situazioni ambientali/sociali. Ma e’ proprio la situazione ambientale, a questo punto, che viene percepita in modi diversissimi da specie a specie. Con questo, qualcuno che ne sentisse il bisogno, potrebbe decidersi a dare una spinta bella forte al concetto di morale inteso come entita’ avulsa ed estraniata dall’uomo…

comportamento, neuroni…

 

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