-questioni di interesse quotidiano-

 

In considerazione del fatto che (per me stessa e dalla mia stretta visuale) la mia vita è fin troppo ingolfata, mi soffermo molto poco su pratiche che la possano rendere maggiormente ostica. Mi soffermo poco e quasi per nulla, per esempio, ad ascoltare telegiornali o a leggere quotidiani . E’ molto probabile che questo rifiuto tragga origine da un meccanismo di difesa; forse sì, forse no, non lo so, mi sembra plausibile, ma è da tempo che non sono piu’ interessata a ricercare probabili (o molto improbabili ) cause che si pongano ad origine di miei comportamenti. Anche questo è stato un passaggio politico, forse uno dei piu’ luminosi e liberatori (sempre per me stessa, s’intende).

Dicevo quindi che quasi mai mi si soffermo in pratiche come quelle menzionate su. Quasi mai, appunto. Quando lo faccio il mio stomaco si ingarbuglia  a causa di una rabbia che mi sale piano piano e che non riesce a trovare una via d’uscita adeguata e il mio cervello si riempie, successivamente, di pensieri che devono trovare…sfogo.

Stamane, e qualche mattina fa, mi sono imbattuta nella lettura dei quotidiani su radio rai tre affidata a  Marcello Veneziani. Non conosco il signore in questione anche se il suo nome non mi rimembra felici immagini, ma una idea di reazione. Ebbene posso dire, dopo averlo ascoltato, che incarna il pensiero reazionario meglio di quanto non lo facciano tanti altri e piu’ che pensiero reazionario potrei dire che ricalca alla perfezione l’ideologia dominante, la ricalca anche dal punto di vista pittorico, a cagione della confusione nella quale essa è immersa e sguazza.

Qualche mattina fa il signore su nominato discuteva e opinava sulla  pratica del suicidio, stamane si imbatteva in quella della genitorialità non eterosessuale.

Un impeto di rabbia mi percorre sempre quando mi imbatto in persone che dall’alto del loro cervello illuminato pensano di poter dettare la linea o di poter dire a qualche altro sfortunato, dotato anch’esso di cervello, cosa sia meglio fare, cosa sia meglio dire, come sia piu’ giusto, o etico, vivere. Etico…solo questa parola è causa di sussulti sparsi nel mio corpo.

Etico…ancora molti si trovano a proprio agio con questo termine, giusto perché quello simile di morale risulta inflazionato o risulta meno maneggevole in quanto un bel po’ usurato dal fuoco di una critica che difficilmente non si puo’ non abbracciare; come sia o come non sia, io non riesco piu’ ad usare questa parola.

Stamane, come accennavo, il signore riteneva di poter discutere della genitorialità eterosessuale. Dal suo punto di vista, così come quello di molti ascoltatori, le differenze che rappresentano il limite della genitorialità sono tutt’altro che differenze marginali e risiederebbero, nel seguente disordine di questi fatti: a prendersi cura di un bambino sarebbero due esseri umani dotati di pene; a prendersi cura di un bambino sarebbero due femmine dotate di vagina; che il bambino sia il frutto di una decisione ponderata e portata alle estreme conseguenze e non il frutto di un atto sessuale consumato che abbia condotto alla fertilità ed alla conseguente nascita. “Nulla di nuovo sotto il sole! “, si dirà. Sì, nulla di nuovo sotto il sole, sono discorsi triti e ritriti che si sentono dappertutto -che, però, si sentano anche a partire dalla bocca di coloro che ritengono di non essere reazionari, a me fa un po’ specie, ma questo è un problema mio (al quale troverò una soluzione con il tempo)-.

Non voglio soffermarmi sulle derive alle quali, dal punto di vista di molti, alcune pratiche condurrebbero, ma solo su un aspetto che, per me, è fondamentale.

Ci troviamo di fronte alla vecchia e mai risolta questione della scienza e di quanto ad essa si possa lasciare campo libero, di quanto essa debba essere normata; di quanto essa possa condurre l’umanità verso il disastro. Ogni scoperta scientifica ha, infatti, risvolti pratici.

Il permettere un certo tipo di nascita, per esempio, oggi è consentito dai progressi della scienza, la presenza di genitorialità differenziate e non settate, e serrate, sul dato fisico (pene o vagina) è sempre stata possibile, ma attualmente la scienza potrebbe spingere verso la presenza di nascite possibili per il tramite di ausili non solo “naturali”, ma tecnici.

Dove finisce l’uomo e dove comincia la tecnica? L’uomo comincia quando inizia la tecnica. Il problema, infatti, non è da relegare a quest’ambito, bensì da spostare altrove.

Si dice che non sia etico vendere il proprio utero e che anche questo sia uno sfruttamento del corpo della donna. Che non sia etico io non lo so, giacchè il concetto di etica mi fa venire l’orticaria solo al pronunciarlo, ma certamente non è una condizione foriera di una umanità che noi riteniamo augurabile! Ma ancora non ho detto nulla! Infatti noi non riteniamo che una tale umanità sia auspicabile! Ma se  siamo immersi da secoli in questa umanità! Come possiamo, ora, elevarci al rango di giudici e dall’alto del nostro miope scranno dire che questo non è etico? E’ etico vendere la propria vita per esistere? Eppure tutti lo facciamo! O quasi… Quindi se tutti lo facciamo come possiamo ritenere che altri lo debbano fare, ma solo nei limiti del recinto morale che a noi sta bene e che ci mette al riparo, per il tramite di pie illusioni, dall’andare fuori di brocca?

Se qualcosa sovviene alla mia mente a tal proposito è qualcosa che fa il pari con l’idea di ipocrisia e con il fatto di essere ipocriti! E allora, cosa fare? Certamente cosa non fare! E come fare per uscire al meglio, e possibilmente indenni, da tutto ciò senza, cioè, pervenire al suicidio. E’ questa la domanda! Non so cosa si debba e cosa si possa fare, ma certamente ogni questione apparentemente ininfluente e semplice da sciogliere ci interroga primariamente sulle nostre vite e secondariamente sull’opportunità di categorizzarla ponendola nei cassetti piu’ adeguati.

La scienza non è neutra non perché sia immanente ad essa una natura di deviazione, una natura maligna, la scienza non è neutra in quanto essa è portata oggi da interessi materiali che tendono verso il profitto. Nel momento in cui questa non semplice situazione sociale finalmente sarà distrutta, l’uomo sarà libero di essere quel che è: un essere umano  scientifico, ossia un essere umano che progetta altro da quanto è dato e che lo fa per il benessere e la felicità (libertà) della sua specie.

Questo in sintesi quanto volevo dire, ma lo devo completare con altre riflessioni indottemi stamane da una persona.

Le seguenti:

 

Stamane ricevo in privato un commento ad un post di ieri nel quale avevo estrapolato una parte di uno scritto prodotto negli anni ’70 da movimenti femministi, e questa cosa mi sollecita e mi dà l’opportunità di mettere a fuoco meglio la problematica (sempre prima con me stessa, s’intende); quindi rendo pubblica la risposta chè forse potrebbe uscirne una riflessione comune:

(lo scritto politico era il seguente:

Nella società patriarcale la virilità è uguale alla violenza.

Il simbolo della virilità, IL FALLO ERETTO, è quindi simbolo della violenza. Ma nella misura in cui virilità=violenza non è una forza vitale, ma solo paravento della vera frigidità, l’erezione del pene non è segno di vitalità sessuale, ma solo riflesso condizionato. L’uomo, mentre cerca di nascondere la propria frigidità, tenta di costringere la donna ad una frigidità scoperta ed accettata. La donna deve essere l’oggetto inerte e passivo che plasmato e manipolato con la violenza, darà l’illusione di vigore all’uomo frigido. Questo comporta la totale oppressione della sessualità della donna e della sua stessa identità. Sopraffare la sessualità della donna vuol dire schiacciare la sua vitalità, la sua creatività, creare in lei il masochismo che la rende oggetto più facile da sfruttare. L’autentica sessualità è la spontanea reazione agli stimoli sia psicologici che fisiologici che si gestiscono per ottenere un piacere sessuale ed è anche la presa di coscienza di tutto il corpo come fonte di creatività sessuale. La spontaneità e la capacità di gestire il piacere sono indispensabili a questa creatività e non possono esistere nella società patriarcale dove vengono represse per canalizzare la spinta sessuale in una perversione basata sulla violenza, la paura e la frigidità. Noi denunciamo come la più nuova forma di oppressione della donna il concetto di “rivoluzione sessuale”, dove la donna viene indotta a passare da oggetto di uno ad oggetto di tutti e dove la pornografia sado-masochista nei films, nelle riviste, in tutti i massmedia che brutalizzano e violentano la donna, viene contrabbandata come un trionfo della libertà sessuale. Questa è la libertà per la donna nello stesso senso della libertà intesa dai nazisti quando scrivevano sulle porte di Auschwitz: “Lavoro è libertà”.)

In realtà spesso mi capita di postare parti di discorsi che si prestano ad ambiguità o a fraintendimenti, non ti dico che lo faccio appositamente, ma è come se in alcuni discorsi non finiti si nascondesse proprio (sotto il velo dell’ambiguità e del fraintendimento) quanto è necessario andare ad indagare e scavare.

Dal mio punto di vista la sessualità non ha nulla a che fare con la sfera biologica o meglio ha a che fare con essa solo quando il fine della riproduzione puo’ essere soddisfatto. Il negare questa sfera biologica dalla rappresentazione sessuale, non equivale a sradicare da essa ogni nesso materiale, anzi! E per spiegare questa cosa ho bisogno di fare alcuni passaggi.

Il negare il fattore finalistico biologico, legato alla riproduzione, come ho accennato prima, non equivale a sradicare dalla sessualità la materialità ed i sensi. Se, infatti, noi ci eccitiamo e questa eccitazione è evidente per il tramite dell’erezione, e nella donna per il tramite del rigonfiamento della clitoride, è vero anche che questa eccitazione passa per il tramite di una rappresentazione. Ossia, mentre noi ci eccitiamo, contestualmente, rappresentiamo qualcosa nella nostra mente, ora la questione non è se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se la rappresentazione generi l’eccitamento o l’eccitamento la rappresentazione, questa è una domanda che, in questo discorso, interessa poco non intersecandosi con quanto è da dire . Basiamoci sul fatto che eccitazione è immediatamente anche rappresentazione, almeno per l’essere umano; partendo da questa asserzione vediamo che ogni forma assunta da questa rappresentazione è forma immanentemente “culturale” o “artificiale” o “tecnologica” (se proprio vogliamo spingere il discorso verso una estremizzazione che in quanto tale, ci aiuta meglio nella definizione della questione).

Le forme in sé non sono nulla, non contengono nulla, io posso fare l’amore o il sesso (come preferiamo chiamarlo) sottosopra, legata, con le manette, mentre mi si stringe il collo, con le mollette sui capezzoli, non ci interessa! Dal punto di vista politico ci interessa comprendere come quelle rappresentazioni medino il sistema di dominio, medino, non strutturino (infatti non è da attribuire nulla alla sessualità ed alle sue forme, e non è da criminalizzare nulla in assoluto). Cosa voglio dire? Voglio dire che in una determinata società il linguaggio per il tramite del quale io mi relaziono con me stessa e con gli altri è un linguaggio che presta il fianco sempre all’ideologia.

Proprio per questo ogni discorso di militanza politica non puo’ prescindere da ciò, ma deve immettersi in questo linguaggio politico di dominio (ideologico) per scardinarlo. Così come ogni esistenza che assurge ad esistenza politica, e non rifiuta il farlo, si pone domande continue su un proprio agire e sulle molle che lo determinano, pervenendo, poi, a risposte che determinano altri fatti ed altri comportamenti.

Nella pratica e nel contesto citato cosa significa? Significa che l’erezione del pene non è piu’ solo erezione e possibilità per la persona di soddisfare il piacere per il tramite della penetrazione, ma diventa immediatamente altro a secondo del contesto sociale nel quale si immette, è chiaro che ciò ha valore anche per le forme dell’eccitazione femminile (al di là che dal mio punto di vista anche l’idea del femminile e del maschile è una convenzione, se proprio vogliamo essere radicali…). Oggi il maschio (e da millenni, non in modo identico, ma con mille sfumature e tonalità diverse) si identifica con la potenza di dominio per il tramite della erezione, non con la potenza sessuale, bensì con quella di dominio. E’ brutto dirlo, è degradante, forse, e forse potrebbe anche essere offensivo per i maschi che hanno il pene il dirlo, ma il fatto che sia brutto non toglie che funzioni così da secoli… La potenza sessuale è potenza, che essa sia espressa da un cazzo turgido o da una clitoride meno visibile, ma altrettanto turgida, ciò non toglie che è una potenza e proprio perché è una potenza con un altissimo valore di rappresentazione, il dominio si impossessa necessariamente delle sue rappresentazioni.

Paradossalmente, in un contesto siffatto, acquisendo una valenza talmente altra dalla sua “sola” potenza sessuale, il povero pene in compagna della sua erezione perde la potenza sessuale propria e immette nella testa di chi lo possiede una frigidità necessaria, determinata proprio dalla espropriazione di ciò di cui ho provato a parlare. Tu mi dirai? Ma se ogni sessualità non è mai solo sessualità, ma è anche rappresentazione, come mai questo triste destino è riservato solo al povero pene? Proprio in funzione del fatto che il dominio di classe per esistere e per riprodursi si è incarnato nella figura del maschio, e lo ha fatto a tal punto che ancora oggi nei passaggi di critica teorica che partono da questa problematica per poi espandersi, o che arrivano a questa problematica nel mentre si espandono, ancora non appare molto chiaro se sia a partire dal patriarcato che nasce la società di classe o il contrario, ma questa assenza di chiarezza è molto probabile cha attenga ad una mia ignoranza proiettata fuori da me.

-Sulla psicologia-

La psicologia puo’ essere sia  una pratica reazionaria, quando tesa a ricomporre l’uomo entro un esistente costituito -e per fare ciò occorre che essa si serva di idee sull’uomo valide a tutte le latitudini e le longitudini e che si riferisca, quindi,  a dei modelli tipici, astorici- o puo’ essere una psicologia che, piu’ che partire da idee dell’uomo e di come egli dovrebbe o non dovrebbe essere, parta dalla discussione e dalla rivitalizzazione del disagio al fine di permetterne una sua rielaborazione entro il percorso storico nel  quale questo disagio si è manifestato. Infatti, un disagio presente nell’uomo avrà avuto il tempo di formarsi o sarà provenuto e sceso da un altro pianeta?

E’ chiaro che anche una tale impostazione dovrà prestare il fianco ad interpretazioni e non sarà scevra da esse,  giacchè ad agire nella relazione psicoanalitica sono sempre piu’ soggetti, ma è anche chiaro che una tale rielaborazione prevede una ridiscussione della storia personale.

Le metodologie valide in psicologia, e adoperate molto poco a causa della velocità con la quale risolvono la confusione del soggetto (dalla quale deriva una economicità eccessiva),  sono proprio quelle metodologie che prevedono una rielaborazione corporea del disagio, una messa in secondo piano della narrazione, una subalternità di essa rispetto alla centralità del corpo, il quale è il vero soggetto entro il quale il disagio ha avuto modo di annidarsi.

In considerazione del fatto che il disagio è sempre di origine relazionale, è necessario, per comprenderlo, l’ausilio dell’altro, il quale, non solo aiuta il soggetto, per il tramite di tecniche di rilassamento, a calarsi in una vecchia emotività, ma sarà anche pronto, al momento opportuno, ad accogliere il soggetto risvegliato ad una nuova percezione. In questo senso la psicologia puo’ senz’altro essere una scienza, ma, considerato il risvolto rivoluzionario e di liberazione da essa permesso,  ha scarse possibilità di essere perseguita in tal modo, e vastissime possibilità di essere ostacolata, così come, d’altronde, già avviene.

E quando non fosse una negazione ideologica di essa, ad ostacolarla ci penserebbe, senz’altro, la scarsa propensione di una scienza siffatta alla produzione di economia.

Il grande Marx! Io oso!

«Il grande difetto di tutto il materialismo passato (compreso quello di Feurbach), è che la cosa concreta, il reale, il sensibile non è altro che la forma dell’oggetto o dell’intuizione, non come attività umana sensibile, come pratica; non soggettivamente. Ecco perché il lato attivo si trova sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall’idealismo: quest’ultimo ignora naturalmente la reale attività sensibile come tale. Feurbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva»

K. Marx, ad Feurbach, n. I, in De l’abolition de l’état à la constitution de la société humaine, OEuvres,
vol. III, Philosophie, p. 1029, a cura di Maximilien Rubel, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Parigi, 1982.

Impostazione del problema:
• Realtà, oggetti, ideologia, quindi fenomeni sociali percepibili per il tramite dei sensi;
• Tentativo da parte dell’uomo di definire questi prodotti secondari (quindi sottoprodotti) per il tramite delle leggi che ne definiscono il funzionamento.

Noi percepiamo questi oggetti, questi prodotti, a partire dalle funzioni alle quali rispondono, e quindi agli effetti ed ai risvolti che determinano entro le nostre vite. Un prodotto ideologico lo possiamo girare e rigirare, comprendendone, così, le varie vie alle quali conduce; un oggetto, tipo un tavolo, lo osserviamo a partire dalla sua funzione di tavolo; il suo essere legno ci interessa sempre a partire dalle implicazioni varie determinate dal suo uso futuro. Un fenomeno naturale lo osserviamo a partire dagli effetti che esso produce su di noi e su altra natura. Osservandone gli effetti, ne osserviamo il funzionamento, ne osserviamo la composizione fisica, ma sempre a partire da quanto conosciamo, ossia da quanto nominiamo o da quanto in potenza siamo in grado di nominare. Anche quando arriviamo a modellare o a modificare, per il tramite della composizione di piu’ elementi, un prodotto, e riusciamo ad ottenere da ciò quanto prima ci sembrava impossibile da ottenere, noi non abbiamo fatto altro che lavorare sul prodotto, sulle funzioni che abbiamo riconosciuto e che abbiamo riprodotto, o prodotto in un modo che a noi appare nuovo. Ma anche quando avremo fatto tutte queste cose non possiamo pensare ad esse come a qualcosa che assume la qualificazione di oggettività a prescindere da noi. Saremmo sempre noi e la nostra pratica ad aver estratto da quell’oggetto quelle particolari funzioni. Se qualcosa esiste di oggettivo è la nostra pratica, la quale consiste in un inestricabile concatenazione tra pensiero e azione, tanto inestricabile da risultare una forzatura ogni separazione dualistica.
Sono le nostre pratiche, è la nostra prassi a determinare orizzonti che possono essere definiti nella loro oggettività, ossia a partire dall’analisi di quanto li determina, di quanto è all’origine della loro stessa esistenza; a partire, cioè, dall’analisi di quanto avviene nel mondo primario della produzione, ossia del legame e del rapporto che noi instauriamo con il mezzo; mezzo per il tramite del quale noi possiamo esistere.
Il mezzo è, in prima istanza, l’alienazione da noi stessi, la separazione da noi a partire dal nostro proprio riconoscimento oggettuale. Noi prendiamo coscienza di noi stessi per il tramite sempre di altro, non fosse altro che per il tramite del linguaggio verbale (che tra l’altro risulta essere un punto alto di conoscenza e di riconoscimento).
Ora, fino a quando questa relazione di riconoscimento e di riproduzione sarà determinata dal bisogno e dalla necessità, noi vedremo nell’oggetto della nostra relazione (per esempio nelle forze produttive) noi stessi e ci confonderemo con ciò, ossia saremo determinati dalla schiavitu’ del bisogno e della necessità.
Quando il soggetto uomo farà del mezzo non lo strumento per la soddisfazione del bisogno, ma per la produzione di quanto eccede da ciò, potrà varcare il regno della libertà.
E’ un difetto di pensiero e di ideologia quello che ci porta a definire ed a ricercare l’oggettività non nelle nostre prassi e nelle leggi che le determinano (di volta in volta diverse), ma negli oggetti da noi prodotti o da noi riconosciuti. E’, questo difetto, funzionale ad una riproduzione dell’esistente, dello stato di cose presente e ci adombra la potenza di libertà che è la vera e reale vocazione umana, condannandoci ad immaginarci immersi in un mondo di oggetti che ci governano oltre la nostra soggettività umana.

-A proposito di coscienza-

A proposito di Intelligenza Artificiale, leggo: “Il punto centrale dell’argomento di Searle è la distinzione tra sintassi e semantica. La stanza è in grado di combinare i caratteri secondo le regole, cioè si può dire che la stanza si comporta come se seguisse regole sintattiche. Ma, secondo Searle, essa non conosce il significato di ciò che ha fatto, cioè non ha contenuto semantico. I caratteri non rappresentano neppure simboli perché non sono interpretati in nessuna fase del processo.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Stanza_cinese) e mi chiedo: “…ma perchè, l’essere umano conosce il significato di ciò che produce? O lo riconosce solo sulla base di quanto insiste nella sfera dei suoi interessi (sentimenti) immediati? Con ciò non voglio dire che non esista la possibilità per l’uomo di andare oltre i propri sentimenti immediati, ma non mi sembra affatto che sia questa la prassi che guida le nostre vite. La prassi che guida le vite di noi tutti è, attualmente, volente o nolente, una prassi che prevede l’esistenza di uno e la morte di cento, e ciò è talmente all’ordine del giorno che, “per fortuna”, non ci è dato soffermarci su di essa. Se una tale coscienza emergesse in tutta la sua oggettività, certamente non ci permetterebbe di continuare a condurre le nostre vite come le conduciamo. Ergo: tale coscienza non esiste ancora o, se esiste, è limitata a pochi sprazzi, a poche luci abbaglianti intermittenti. Tornando all’argomento del post su intelligenza artificiale e stanza cinese, quindi mi dico: è vero che noi in potenza possiamo comprendere il significato dei simboli che utilizziamo, ma li possiamo comprendere solo per una loro parte e non per tutto ciò che comporta, ossia per tutte le conseguenze del nostro agire. E nessuno puo’ mettere in discussione realisticamente che il linguaggio ricopra in primis la funzione del fare…
Quindi la deriva alla quale conduce la riflessione su intelligenza artificiale (e non si tratta di una riflessione per nulla oziosa) non è se sia la macchina a poter avere una coscienza, bensì se sia l’uomo ad averla ed a poterla realisticamente avere…
Mi ritornano alla mente le parole di un compagno, lette settimane fa…

-Parole in solitudine su arte, rivoluzione e ideologia-

L’arte è una forma di linguaggio e quest’ultimo è un mezzo di produzione

Numero 40, n+1.

Produrre significa fare e fare presuppone un’alleanza tra un uomo e qualcosa di altro; da qualsiasi cosa questo qualcosa d’altro sia rappresentato, presupporrà sempre l’esistenza di qualcosa d’altro ancora, a meno di non ipotizzare di arrivare –per poi ripartire- ad un punto nella “linea del tempo” fisso e fermo nel quale tutto sarebbe cominciato. Anche l’alleanza con un oggetto prevede che quell’oggetto sia stato dotato di una determinata vita, sia stato trasformato dalla sua essenza iniziale.

Un oggetto che si trasforma accumula conoscenze in un determinato contesto (storico), così anche l’uomo -che è il primo contenitore dei mezzi di produzione utili a sé stesso- accumula e stratifica conoscenze e la sua vita acquisisce determinati sensi che non rispecchiano sempre il retroterra dei rapporti materiali, pur essendone il prodotto.

L’arte è, infatti, una forma del linguaggio, ma il linguaggio è, esso stesso, un mezzo di produzione. Se il produrre, il fare, servono alla stessa esistenza materiale umana – ma non servono necessariamente alla produzione di profitto, la quale è solo una delle forme assunte dai rapporti sociali- è anche vero che l’esistenza materiale umana non è dipendente solo dalla produzione finalizzata alla soddisfazione dei bisogni primari.

Il tramite per il quale si sia arrivati a questa forma di esistenza non ci è dato conoscerlo, ma è indubbio che “non di solo pane vive l’uomo”, se così non fosse non si spiegherebbero fenomeni sociali –e quindi anche individuali- che vedono esseri umani autocondursi alla morte a causa dell’ assenza di requisiti che, a parer loro, sono necessari alla propria vita oppure, per fare un esempio, esseri umani disposti a sacrificare la propria esistenza materiale al fine di non rinnegare ciò che considerano altrettanto “sacro”.

Prima si è usata l’accezione di bisogni primari; quando nella mente si ricorre a questa categoria si associano ad essa in modo immediato determinati bisogni: il bisogno di mangiare, quello di dormire, di evacuare, di vivere ad una temperatura congrua. Senza la soddisfazione di questi bisogni si è tentati di affermare senza ombra di dubbio che  la stessa esistenza materiale ne risulterebbe compromessa, ma a questo punto qualcosa non torna; infatti perché l’essere umano, allora, non si attesta solo su “quella” condizione materiale?

Forse (ipotizza una mente in cerca di risposte) la possibilità di vivere non di solo pane è qualcosa che inerisce solo ad un uomo sviluppato? socialmente evoluto? che forse l’uomo dotato di peli, di zanne, e di unghie ben piu’ taglienti, non si prefigurava così? Forse che egli non si prefigurasse affatto? Quest’ultima ipotesi è senz’altro da scartare, infatti la figurazione esterna di sé è condizione prima e necessaria per l’esistenza dell’uomo. Si potrebbe forse azzardare la risposta che l’uomo storico esista da millenni, forse da sempre… e condurla ad altre derive? ma non è questa la suggestione che ci interessa, non essendo guidata la nostra domanda da speculazioni e spinte di stampo intellettualistico.

L’ipotesi plausibile è che egli si figurasse diversamente, ma, come si figura l’uomo se non per il tramite delle forme assunte dalla vita materiale, di tutte quelle cose che potremmo tradurre con l’accezione di ideologie?

Quindi l’uomo storico iniziale si figurava diversamente da un altro uomo storico ed ogni uomo storico si figura per il tramite delle ideologie. Detto ciò si dovrebbe automaticamente affermare che non esistono ideologie giuste o meno giuste, ma solo ideologie diverse adeguate a tempi storici diversi; successivamente, il rintracciare le spinte materiali e le determinazioni che sono all’origine di queste formazioni permetterebbe di tracciare tra di esse quelle reazionarie e quelle rivoluzionarie, o meglio, quelle che sono solo il contenuto di germi potenzialmente reazionari e quelle che, invece, sono dense anche di germi rivoluzionari. Detto ciò, però, ci si è mantenuti ancora nella branca delle ideologie, ossia di espressioni che attengono, in società classiste, alla ideologia della classe dominante. Puo’, infatti, entro un contesto ideologico dominante, nascere e svilupparsi un germe che da essa si discosti?

Se esiste una dimensione entro la quale una tale cosa è possibile, è la dimensione del fare artistico, ossia quella dimensione che, pur essendo legata a determinazioni materiali inerenti la vita dell’artista e il suo  approvvigionamento, presuppongono un fare iniziale nel quale la linea della vita venga interrotta: un punto morto; una presunzione tesa a fermare e ipostatizzare un qualcosa che non potrebbe esistere se non entro una dimensione storica, una presunzione ribelle. Qualcosa che si stacchi dalla spirale storica e che plachi, per un istante, la sua fame di vita. Qualcosa che, per fare questo, non puo’ fare altro che morire per un istante. Chiaramente il tentativo effettuato inerisce il fare artistico, la spinta alla produzione di arte, e non la qualità del prodotto finale.

Il fare artistico è, di per sé, qualcosa che cerca di distruggere il flusso dell’esistente. Cosa esso comporti è relativo ad un’altra branca della conoscenza umana che è anche essa stratificazione di conoscenze e di senso. Nell’uomo vive e sopravvive sempre la doppia spinta vitale e mortale, non esiste vita senza morte, così come, specularmente, non puo’ esistere morte senza vita e questo è evidente in tutte le manifestazioni umane.

Ideologico è, invece, solo ciò che estrapola  dal “produrre per sé stesso” –per la specie umana- un senso altro, funzionale ad altri scopi, ad altre sopravvivenze, ad interessi ora di una parte ora di un’altra.

Ideologico, per esempio, non è il comunismo in quanto esso non è una visione parziale della vita, la visione di una parte della specie, ma la visione dell’esistenza della specie umana tutta, della sua piena soddisfazione e realizzazione per il tramite della classe che storicamente è deputata a cio’ -per i motivi che sappiamo e di cui parla Marx-: la classe dei dominati.

Concludendo, o provando a farlo, ammesso che si possa concludere un simile discorso, potremmo dire che il fare realmente rivoluzionario è un fare determinato da niente altro che non sia la spinta propulsiva che esso stesso contiene, spinta che è contestualmente vitale e mortale; e non puo’ essere legato mai ad alcun opportunismo o riformismo, non lo puo’ essere proprio a causa della sua natura, che è quella di discostarsi dalle forme preesistenti; quella, appunto, di determinarsi in quanto fare non ideologico, ma creatore di forme nuove.

Anche se l’accezione di creazione puo’ sembrare inadatta a rappresentare ciò che potrebbe essere definito per il tramite dell’accezione produzione, è anche vero che l’illusione dell’uomo di creare ad ogni piè sospinto realtà non ancora espresse, ha bisogno di differenziarsi per il fatto che  in essa coesistono sempre immanentemente due istanze: quella vitale e quella mortale.

Il fare rivoluzionario, come quello artistico, non possono che esistere per sé stessi, non possono essere strumentali a nulla, ma sono essi stessi forma e contenuto.

Forse, se si puo’ immaginare la vera umanità,  la si puo’ raffigurare così, come una umanità che abbia finalmente la possibilità di vivere per sé stessa, per il proprio piacere e per il proprio benessere, morte, finalmente, inclusa.

-Il paradosso di Zenone-

Su Wikipedia ho letto, a proposito del paradosso di Zenone: “La fallacia nel ragionamento di Zenone, pertanto, sta proprio nel considerare infinita la somma di un numero infinito di termini, quando ciò non è sempre vero, proprio perché la somma di una serie numerica non necessariamente diverge. La causa è quindi da ricercare nell’ignoranza su questi strumenti matematici, definiti solo molto tempo dopo.”.
Questa conclusione a me non sembra corretta, ma, secondo qualcuno di voi, per districarsi in questi limbi è necessario conoscere, anche se in forma rudimentale, le regole della matematica?
A me sembra che non sia molto inerente a questo il discorso di Zenone, ma forse sono io a non averci capito nulla.
Il paradosso di Zenone dimostra, dal mio punto di vista (lo ripeto), il fatto che il tempo non corrisponde alla suddivisione che di esso effettuiamo per il tramite della forma spazio. Il tempo, infatti, puo’ essere suddiviso spazialmente solo in modo illusorio, ossia per conseguire una finalità specifica e predeterminata. Lo spazio, come dimostra il suddetto paradosso, è potenzialmente infinito, anche se noi non percepiamo questo fatto. Achille non raggiungerà mai la tartaruga perchè, data una loro identica velocità, anche quando lui si avvicinerà ad una misura il piu’ piccolo possibile, ce ne sarà sempre un’altra non percepita da noi, ma esistente. Alla prova della vista e del tatto (ossia dei sensi) Achille la raggiungerà, ma alla prova della correttezza della teoria egli non dovrebbe mai raggiungerla. Questa suggestione riporta ad un altro esperimento che richiamo, a sua volta, ad una riflessione filosofica di secoli addietro. All’epoca la filosofia non era una branca separata dalla matematica.
Mi sfugge quale fosse la riflessione dalla quale prese piede, comunque il fatto è questo.
Prendiamo un cono, immaginiamo di sezionarlo ed immaginiamo di stabilire la distanza tra le due sezioni ottenute, questa distanza noi la possiamo percepire solo pensando di misurarla, ma in tal modo otterremmo, riunendo le due sezioni, non una linea continua, ma due parti collegate da uno scalino (seppur infinitesimale), eppure sappiamo che tra le due parti sezionate non puo’ esistere tale scalino, infatti la linea che noi osserviamo è continua.
Non so, ma affondare le mani negli interrogativi sul reale, apre porte nelle quali, se si continua ad entrare sempre e continuamente, sembra che esse siano infinite, non avere termine.
Forse per questo si dice che i fisici, quelli che praticano la fisica come attività quotidiana, vivano in un altro mondo ed abbiano altri linguaggi. Non penso che, però, loro possano poi vivere piu’ in questo mondo come ci viviamo noi. Il linguaggio, nel loro caso, realmente va a costituire una differenza strutturale. Nel loro caso estremo ciò è evidentissimo.
Mah…

-Siria-

Ci si scontra spesso tra l’opportunità di una scelta riformista (o tale, ma non dichiarata) e quella che ad essa non ritiene di approdare. Questo scontro, però, è stranamente assente in questo momento. Mi riferisco a quanto sta avvenendo in Siria.
Improvvisamente, infatti, tutti coloro che in genere si interessano di politica, non hanno nulla da dire.
Improvvisamente tutti sono concordi nel ritenere che non sia possibile intervenire a causa della natura “imperialista e borghese del conflitto”. Certo, c’è chi sceglie di stare da una parte, quella del blocco rappresentato, secondo loro, da Russia, Iran e Siria (con la Turchia che acchiappa un pò da questo e un pò da quello), ma dalla parte della “popolazione siriana” nessuno si schiera. Nessuno, tra coloro che in genere si occupano di politica, intendo. Le persone “normali”, quelle non politicizzate dichiaratamente (siamo tutti, infatti, politicizzati) sono piu’ sensibili alla questione e cercano in qualche modo di fare qualcosa.

Sembra che in Siria esistano con precisioni solo due tipi di schieramenti, quelli che fanno capo allo stato islamico o a fazioni fondamentaliste islamiche e quelli che stanno, invece, con il macellaio dittatore (che molti definiscono un capo di stato “liberamente” eletto).

Secondo questo ragionamento la pietà è una opzione irragionevole, in guerra, infatti, tutti sono degli obietti sensibili, compresi i bambini. Certo, ragionare ad un tot di chilometri di distanza, con il culo affondato in comode (o scomode, non fa la differenza) sedie o poltrone, è semplice per tutti. D’altronde quella tragedia non è la nostra tragedia. Non mi sembra, però, che questo sia un argomento riconosciuto valido dai piu’, infatti quando si è trattato di altri luoghi geograficamente lontani, interessati da tragedie recenti, tutti hanno ritenuto di dover dire o fare qualcosa, fosse anche solo cambiare l’immagine del profilo. Scartata, quindi, questa ipotesi, cosa rimane?

Perchè, improvvisamente, siamo diventati tutti consapevoli, politicamente, che lì la guerra e lo scontro sia tra borghesie?
Eppure addirittura i voucher sono considerati da molti, con una facilità a dir poco imbarazzante, degli strumenti “riformisti”.

Ma torniamo alla Siria ed a quello che sta succedendo, agli schieramenti, al massacro di persone, di bambini. Con quanta sicurezza si puo’ dire che quello sia un massacro tra fazioni opposte così determinate? E le persone che risiedevano in Siria quando ci fu il tentativo di far cadere Assad nel 2011? Mi sembra che le piazze fossero piene di “ribelli”, di persone che provarono, rischiando la pelle, ad opporsi alla miseria crescente e al modo di governare non proprio “democratico” del presidente. Quelle persone si sarebbero tramutate tutte in islamici combattenti?

Quindi, secondo questo ragionamento, non è possibile interessarsi della Siria e prendere posizione! No, io non ci sto. La posizione va presa eccome, la posizione non puo’ che essere quella di dare voce a coloro che sono ancora lì, che non sono scappati e che ora, in questo momento proprio, stanno per essere trucidati.
Non sono comunisti? Non stanno facendo una lotta di classe? E quindi? Non valgono una nostra parola “politica”? Non valgono un prendere la parola per denunciare la merda che serpeggia lì dove esseri umani governano il mondo? I governanti della Russia, quelli dell’Iran, quelli della Siria, quelli dell’Italia che non hanno preso posizione ecc ecc. Certo, chi denuncia da dentro a quegli apparati quanto sta avvenendo lo farà perchè interessato alla fazione opposta, ma non mi sembra che attualmente ci siano altre fazioni in campo. L’America? Dov’è l’America? Sta armando la popolazione civile? Ha armato i curdi? Ed ora chi è rimasto a combattere, a fare da carne da macello?

In definitiva questo che sta avvenendo è paradigmatico di quanto la carne da macello sia sempre la stessa, quella che non si identifica in nessuno Stato, quella che resta fuori dagli apparati attuali borghesi di potere, la cosiddetta gente, quella che non si è organizzata per costituire in particolari territori altrettanti stati (e che, per farlo, si è rotolata in strane alleanze tanto vituperate il giorno prima).

Ma è proprio questa gente che deve morire, è proprio questa gente l’obiettivo. Mi viene il dubbio che l’obiettivo di tutti coloro che governano sia uno: quello di massacrare piu’ gente normale possibile, piu’ gente possibile che abbia avuto, o che potrebbe avere, il coraggio, un giorno, di opporsi a loro senza aderire a particolari fazioni borghesi.

Fatto sta che sono certa del fatto che ci sia un motivo per il quale tutti coloro che impegnano le giornate nel fare e nel parlare di politica oggi tacciono e non sarà certo un motivo nobile considerate le politiche che continuano a perseguire in altri campi, in altre battaglie.

L’appoggio a De Magistris ed alle sue politiche (voucher compresi) lo dimostra.

-Riflessioni varie su lotta di classe e condizioni oggettive-

Piu’ sarà il tempo di lavoro gratuito, ossia il tempo durante il quale l’operaio produrrà merci che non serviranno alla sua riproduzione fisica e sociale, meno merci egli potrà acquistare con il suo salario  (salario reale).

Al fine di addentrarci meglio nel concetto esposto è necessario provare a definirlo con precisione così da ampliare le prospettive alla quali potrebbe condurre il suo dispiegamento.

Innanzitutto osserviamo che il dire di quelle merci che non servono all’operaio non significa asserirne  necessariamente l’inutilità in relazione al fatto che esse non rientrano nella categoria di prodotti primari o essenziali (che soddisfano equivalenti bisogni primari), bensì in relazione al fatto che esse non potranno essere acquistate da lui; quelle merci prodotte in quel lasso di tempo, infatti, sono merci prodotte per il solo profitto del capitalista, merci che, in sintesi, rappresentano il prodotto del rapporto tra il lavoro immediato con il prezzo del lavoro accumulato, concetto che Marx racchiude nella definizione di salario proporzionale relativo. Prodotto che non puo’ essere cha a favore del capitalista o del Capitale, pena il termine stesso della produzione.

Sappiamo essere il salario il prezzo che riceve l’operaio per la merce che egli vende (la sua propria attività vitale) e sappiamo che per sopravvivere  avrà bisogno di consumare un tot di merci che egli stesso avrà  prodotto, sappiamo anche che il resto delle merci che egli produrrà, e che serviranno al capitalista per il suo profitto, sono merci che l’operaio avrà prodotto in un tempo che eccede quello utile per la produzione di beni a lui necessari (o meglio, utili alla sua riproduzione sociale). Essendo quindi il salario una somma di prezzi con i quali egli potrà comprare altrettanti merci, piu’ merci inutili per lui saranno prodotte, piu’ aumenterà in relazione il profitto per il capitalista, piu’ diminuiranno le merci che l’operaio  in proporzione potrà comprare e piu’ aumenteranno le merci che saranno proprietà del capitalista. Solo che queste merci dovranno essere acquistate da qualcuno e questo qualcuno, costituito dal 99 per cento della popolazione mondiale, non ha la possibilità di farlo.  E’ chiaro quindi  che dopo un lasso di tempo durante il quale lo sviluppo delle forze produttive (automazione e tecnologia), correlato all’accumularsi ed alla crescita del Capitale, avrà raggiunto una estensione enorme, il capitalista tenderà e fissare nella rendita  il proprio profitto, a ragione di uno svantaggio evidente nel reinvestimento nella produzione di merci.

Investire nella rendita significa investimento nella finanza, ma anche investimento ed appropriazione crescente  di beni indispensabili alla sopravvivenza, ossia di quei beni essenziali che non potranno perdere valore (d’uso e di consumo) in seguito ad una modifica delle condizioni sociali dell’umanità.

Si dice che il profitto non aumenta a causa del salario diminuito, bensì il contrario, ossia che i salari diminuiscono in ragione di un aumento del profitto, sia proporzionale che assoluto. A lungo andare, infatti, non sarà messa in discussione solo la possibilità di comperare beni o prodotti dei quali, in un’ottica di sopravvivenza, sarebbe possibile fare a meno, ma proprio l’impossibilità di assicurarsi le condizioni essenziali per la stessa.

E da qui ne deriva una dritta fondamentale per la lotta di classe la quale non sarà agita  al fine di difendere i posti di lavoro e non avrà, conseguentemente, questa parola d’ordine, bensì al fine di ottenere aumenti dei salari e una estensione degli stessi ai disoccupati.

Chiaramente quando si parla di profitto ci si  riferisce alla capacità del capitale totale di generare maggiore profitto con la stessa quantità (tempo) di forza lavoro umana pagata o con una diminuzione della stessa –la quale non puo’ diminuire in assoluto come massa occupata, ma lo puo’ in modo relativo, il che comporta una disoccupazione crescente a fronte di una occupazione sempre piu’ precaria, facilmente sostituibile, ma anche, benchè in altri settori, altamente specializzata, ancorchè  deregolamentate totalmente entrambe- e non al profitto di singoli capitalisti.

Cosa significa? Che,  con un aumento della produzione di merci a favore del capitale non aumenta il numero dei capitalisti, ma la ricchezza totale del Capitale in rapporto alla massa di povertà di un numero estesissimo di persone; ossia che il Capitale, nella sua furia di crescere e nel suo bisogno impellente di nutrirsi, sacrifica una fetta ampissima di quella classe che storicamente era a suo supporto, la classe borghese, per una elite di quella classe capace di determinare con poche scelte, l’esistenza di una massa enorme di persone.

Da ciò ne deriva che il nemico tradizionale per la classe non è quello tipico rappresentato dalle classi borghesi nazionali le quali, in connubio o in simbiosi con gli apparati piu’ propriamente politici, non detengono come un tempo  il potere di controllare il flusso del capitale e della cosiddetta ricchezza nazionale. Queste classi politiche sono in dissoluzione già di per sé. Sono già un malato agonizzante che si rifiuta  di lasciare il corpo malato solo in virtu’ della possibilità di avere ancora della linfa residuale e parassitaria da succhiare.

Il vero potere economico è, attualmente, nelle mani di pochi attori i quali si intrecciano (o sovrappongono) al sistema politico nazionale solo allorquando:  le materie  che consentono loro l’estrazione del plusvalore possono essere sottoposte a notevoli oscillazioni di prezzi, ragion per cui se ne rende necessaria la gestione o il possesso,  da qui l’affondare le zanne da parte delle borghesie nazionali in grandi fette di mercato di quei beni cosiddetti comuni.

Chiaramente queste borghesie nazionali combattono sul campo degli interessi economici con due strumenti, quello del Diritto e quello della Forza. Quello del Diritto è strettamente correlato agli interessi proprietari della classe capitalista, interessi che sono sempre piu’: concentrati da un lato e fluidi dall’altro,  quello del versante tradizionalmente definito sociale (ossia delle relazioni che determinano il vivere tra umani e loro relative regole); quello della Forza, che rappresenta il suo braccio armato e necessita di un confronto con le varie forze emergenti dai territori i quali affondano, attualmente, in un caos totale tale da non consentire una risoluzione degli stessi per il tramite di un “redditizio” uso della stessa sul versante internazionale, mentre su quello nazionale vengono dispiegate allorquando ogni minimo accenno di dissenso sociale, economico, o piu’ tradizionalmente politico, serpeggia.

Attualmente, quindi, queste cosiddette borghesie nazionali, nel caos mondiale emergente dai territori e dalle relazioni di potere che in esse si instaurano, non hanno nemmeno piu’ la possibilità  residuale di porsi come sceriffi mondiali.

Ora, una forza politica/economica/sociale così grande e tale da imporsi su tutte le scelte “politiche”, come puo’ essere contrastata? Solo con una forza altrettanto grande capace di opporsi ad essa come massa.

C’è chi dice che questa massa vada costruita, ossia che ad essa si debba dare una testa pensante in grado di condurla. La storia dimostrerà e sta dimostrando  che questa forza di massa, invece, si presenterà sullo scenario come massa profondamente consapevole, ma anonima.

Ad essa gli elementi attualmente già coscienti della classe si aggregheranno e non il contrario.

-Prospettive future. Il simbolo-

“Il lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perchè la vende? Per vivere.
Il lavoro è però l’attività vitale dell’operaio, è la manifestazione della sua propria vita. Ed egli vende ad un terzo questa attività vitale per assicurarsi i mezzi di sussistenza necessari. La sua attività vitale è dunque per lui soltanto un mezzo per poter vivere”.
Lavoro salariato e capitale, Marx.

Anche la simbologia è un mezzo tramite il quale l’essere umano si riproduce. Nel simbolo, infatti, egli concentra (oggettivizza) un patrimonio accumulato. La differenza che intercorre tra la vendita della propria forza vitale (che diviene in tal modo merce), tramite la quale egli oggettivizza valore nella merce, si differenzia da quanto avviene per il tramite del simbolo solo in relazione agli ambiti di appartenenza delle due azioni, in ordine: quello immateriale e quello materiale.
Il simbolo attiene all’ambito del culto. Un simbolo, oggetto immateriale -oggetto nel senso di luogo nel quale avviene la relazione di alterità-, addensa un senso che è frutto, a propria volta, di altre pratiche passate di natura materiale.
Il simbolo, in relazione a quelle parti passate, diviene, chiaramente, altro, un altro oggetto, un altro concetto. Al simbolo l’umanità delega un senso oggettivato, il senso che indirizza le esistenze di una determinata e data comunità.
Potremmo affermare che anche il simbolo è un soggetto/oggetto dell’alienazione.
Una diversa e nuova comunità umana, fondata su nuovi rapporti materiali/sociali, non avrà bisogno di simboli comunitariamente riconosciuti, ma vedrà il proliferarsi di simboli individuali. Il riconoscimento in uno o piu’ di questi simboli da parte di piu’ persone, determinerà la sintonia, stavolta realmente volontaria, delle relazioni che, in tal modo, risulteranno libere. Libere sempre in relazione all’ambito di appartenenza originario che avrà permesso la produzione di quei simboli individuali. Forse sarà questa l’età dell’oro che intercorre in tutta la produzione immateriale e materiale (produzione artistica) e che dota di senso e di utopia le esistenze di molti di noi. Quel filo rosso della storia che ha legato i singoli esseri umani a distanza di generazioni e che gli consente di tessere la trama di azioni in contrasto con l’ordine dello stato di cose presente e che segnerà (o potrebbe segnare) in un modo determinato il futuro dell’umanità.

-pensieri così-

Lo sviluppo della divisione sociale del lavoro autonomizza dall’uomo parti della sua mutevole natura. Questa autonomizzazione non deriva solo dal separare queste parti dalle loro proprie funzioni reali -complesse, mai definite una volta per tutte, interconnesse e non indipendenti le une dalle altre-, ma dall’ attribuzione –relativa e conseguente- ad esse di fissazioni semiotiche funzionali alla sopravvivenza ed al nutrimento dello stato di cose presente derivato da quella divisione iniziale. Queste fissazioni, a propria volta, producono altre funzioni non necessariamente legate alle parti dalle quali hanno avuto origine, non dipendenti da esse. Ma il movimento simbolico, che di questo movimento è uno degli atti propulsori, tende a sopperire ad una mancanza originaria, la cui assenza non è di ordine ontologico, ossia rilevabile nell’uomo, ma nella relazione che egli ha con il mondo; relazione mediata fino ad ora dallo sviluppo delle forze produttive.
Emilio del Giudice ironizzando –ma neanche troppo- disse che la natura non ha l’horror vacui, bensì l’horror quietis, purtroppo l’uomo fino ad ora ha dovuto accontentarsi dell’attestarsi sulla quiete, forzatura non concessa.

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