I simboli oggi

Guardando e riguardando questa mola, mi rendo conto di quanta potenza sia espressa dai simboli. I simboli, hanno, appunto, il potere di evocare analogie pescate nell’inconscio, e l’inconscio, come ben sappiamo, è anche archetipo. In questa sua funzione è patrimonio dell’umanità tutta, di tempi passati condensati nel presente. E il presente, che dovrebbe essere la fonte di massima vitalità, può, invece, essere tomba dell’espressività umana. Come nei tempi odierni, dominati dalla Signoria del Capitale, le cui ramificazioni maturano in merce, il suo compimento massimo, il suo prodotto più eccellente. Sono proprio le analogie sussurrate dai simboli a riproporsi nell’attimo presente. Nella presenza, che tutto è. Dei segni di questa presenza il simbolo si appropria per trasformarsi, ricreando/ riproponendo, a sua volta, altri simboli. Il  presente vivifica. E il prodotto, così creato è manifestazione massima delle scosse telluriche alle quali l’umanità è sottoposta. Di queste trasformazioni, che rappresentano la vera elezione dell’uomo comunitario, la manifestazione massima della sua volontà, il suo voto, si impossessano i creatori dello stile, le persone pagate dai capitalisti per nutrire lo Spirito dei popoli. Questo cibo prende il nome di moda. Questa propria funzione di dirompenza rivoluzionaria, atta a soppiantare quel che già è, viene reintrodotta, rimasticata nel circuito del vendi compra, il quale ha lo scopo primario di dar potere al proprietario più ricco. I potenti, coloro che la massa adorante, con la bava alla bocca, elegge a simbolo massimo del potere, si appropriano di quanto appartiene all’umanità tutta, dall’inizio dei tempi, il suo massimo tesoro inestimabile che assume, così, un valore, al quale viene dato un prezzo. Immesso nel circuito della merce, il linguaggio viene depotenziato e non da più voce ai saggi, a coloro che per esperienza sanno e potrebbero dire. Gli unici rumori di sottofondo solo quelli dei clacson, l’inquinamento dell’ambiente che ci ospita, nei confronti del quale ci poniamo con arroganza, come dominatori. Il potere, la potenza assume una connotazione esclusivamente negativa.

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sento chiedersi da più latitudini il perché di tanta cattiveria. 
osiamo sostare sull’uscio dell’inverosimile, un tempo lungo un istante. assistiamo ad un caso e una domanda fugace ci percorre: una traiettoria breve, serpeggia in un lasso di tempo che equivale a un nulla.

osiamo chiederci perché.  e dentro di loro li vedi nutrirsi con dovizia del mostro del male. moltitudini di piccole briciole miste di invidia, frustrazione, brama di possesso.  aumentano la massa del corpo. 

visioni di Bestie naziste diafane di biancore assise intorno a un  tavolo di lussuose prelibatezze, muovere le proprie vite al ritmo del male, di un sadismo  imposto alle ignare vittime immolate. 

osano chiederci il perché. del come sia possibile assecondare il desiderio nel non essere, cancellare le traiettorie delle proprie storie e non essere più. nella dimenticanza il sapore di un oblio.

Vita, poesia e follia, paradigma di un’epoca

Per Waiblinger (e forse non solo per lui, all’interno della generazione nata all’inizio dell’Ottocento) il poeta folle rappresenta un ‘doppio’ angoscioso, l’incubo di una vita dedita alla ricerca della celebrità e del successo, che però poteva rovesciarsi rapidamente nell’isolamento e nella follia, in poche parole: la tragica ambiguità della soggettività moderna, libera di realizzare se stessa senza alcun limite, ma altrettanto libera di sprofondare nell’abisso della disperazione, come del resto andava insegnando la migliore letteratura europea di quegli anni.

Waiblinger, del resto, inseguirà deliberatamente il suo destino di autodistruzione, così ben rappresentato in forma di romanzo nel 1987 da Peter Hartling in Waiblingers Augen (Gli occhi di Waiblinger). Espulso dallo Stift a causa del suo spregiudicato e chiacchierato rapporto con Julie Michaelis, sorella di un professore universitario, lo scrittore si trasferirà nel 1826 in Italia, dove inizierà una vita di miseria e di eccessi, collaborando stentatamente a giornali e riviste tedesche con articoli e reportage di viaggio, senza poter condurre a termine i suoi progetti più ambiziosi. Morirà nel 1830 a Roma, a soli venticinque anni, distrutto dalla fatica e dall’alcol. Da questo punto di vista lo schizzo Friedrich Holderlin. Vita, poesia e follia risponde a un bisogno profondo dell’autore di delineare un paradigma esistenziale avvertito, secondo quanto si legge nello scritto, come parte essenziale del proprio tempo e della propria patria. E che non ha smesso di costituire una parte rilevante del nostro tempo.

La divina Sarah

Arrivai sul piazzale dello Chatelet dove i due vecchi teatri, Chatelet e Sarah Bernhardt si guardano bonariamente in attesa calma e sicura; e davanti al secondo un cartellone azzurro annunziava per la matinéè l’ultima recita di un ciclo che la titolare del teatro aveva compiuto col dramma La dame aux camélias. E come è bello sentirsi sospesi nello spazio, è altrettanto bello lasciarsi cogliere, come da una mano ignota per seguire l’avventura più inaspettata o il più inatteso spettacolo. Era l’ora della recita. (…) Il velario si aprì sul vecchio dramma romantico che aveva spremuto tante lacrime sopra la terra per oltre mezzo secolo. Margherita apparve e si fermò sulla soglia per corrispondere a una curiosità di devozione e a un saluto affettuoso. La testa dell’attrice celeberrima, già settantenne e malata, non era più che una parrucca bionda i cui cernecchi le adombravano la maggior parte del viso e dalla quale sbucava con insolenza una dentiera gigantesca. Era una pena vederla muoversi ed agire con artifizio, sostenuta dai personaggi del dramma e sostenendosi ella stessa ai tavoli, ai divani, alle poltrone quanto poteva, ed accennando talora quei movimenti che le era impossibile di eseguire per intero; ne traspariva tutta l’angoscia di uno sforzo sovrumano. Ma allorché gli occhi dalle sopracciglia arcuate erano fissi in alto e la voce debole e legnosa pronunziava o sussurrava le frasi d’amore, di fondo all’anima saliva ancora una forza indistruttibile a vivificarle, accompagnandole col gesto di una soave carezza (…) S’era chiusa quel giorno la breve stagione e pochi giorni dopo Sarah Bernhardt cadde e le fu impossibile iniziarne una nuova: l’infermità delle gambe aumentò a segno che una le dovè essere amputata e non riapparve sulla scena che più tardi in opere scritte espressamente per lei inferma sopra una poltrona. Rimasi ancora a Parigi qualche tempo e non dissi agli amici dove avessi passato quel pomeriggio di Pasqua. Venne il delitto di Sarajevo (…) Venne la guerra che doveva chiudere il secolo del quale, quel giorno, avevo volto un simbolico fiore senza volerlo. Non è vero che soltanto girando sui prati si possono cogliere dei fiori, girando senza meta in una metropoli sconfinata, avevo colto l’ultima margherita dell’ottocento”.

Aldo Palazzeschi

Why is literature?

I nostri progenitori che hanno affrescato le grotte di Altamira e di Lascaux, intorno ai 15.000 anni fa, non erano solo “uomini come noi” (questa è una banalità, sapiens a noi identici vagavano per i continenti già da decine di migliaia di anni): erano artisti nel senso pieno della parola, come Raffaello, Masaccio, Picasso, Klee. (…)

La maturità dell’arte paleolitica non lascia dubbi sul fatto che una complessità e una raffinatezza analoga doveva essere tata raggiunta, chissà da quanto tempo, anche nel campo dell’espressione verbale. Ma se l’ammirato stupore che suscitano quelle superstiti pitture rupestri non va esente da una buona dose di frustrazione-la cultura che produceva quelle immagini ci rimarrà sempre, giocoforza, ignota-nel caso della protopoesia coeva ci ritroviamo nel buio documentale più assoluto. (…)

Quali vantaggi poteva fornire la letteratura dal punto di vista evolutivo? (…) L’assunto è che la ragion d’essere della letteratura chiami in causa aspetti fondamentali della condizione umana. E di più: che la letteratura, cioè il c complesso degli usi creativi- “poetici”- e non immediatamente strumentali del linguaggio, abbia contribuito a renderci umani. Non diversamente, potremmo aggiungere dallo sviluppo del linguaggio umano. O dal controllo del fuoco.

La letteratura è un fenomeno antichissimo. Le sue radici affondano in un’epoca troppo lontana perché ci sia una memoria diretta. In quel passato profondo, rispetto al quale gli aggettivi di cui disponiamo (primordiale, ancestrale, atavico) possono apparire comunque inadeguati, gruppi appartenenti al genere Homo che già si erano messi, chissà a quale stadio dell’evoluzione, a investire in maniera straordinaria sulla comunicazione vocale, hanno cominciato, nel loro sempre più intenso e assiduo commercio di parole, a elaborare discorsi sul mondo relativamente autonomi dalle necessità contingenti e immediate- Per quale ragione? Con quali intenti, e-cosa che più ci importa-con quali conseguenze?

In prima approssimazione, la peculiarità degli usi letterari del linguaggio consiste nella simulazione di esperienze. Rappresentare stati reali o immaginari del mondo, rievocare vicende già note e familiari, riferire eventi inauditi o inventarne di affatto nuovi: tutto questo sollecita un esercizio delle facoltà svincolato da costrizioni esterne e quindi relativamente libero. Di tutte le facoltà: cognitive, emotive, espressive, comunicative, la letteratura è stimolo e tirocinio, addestramento e ascesi. La sua funzione è di attivare, di esercitare appunto (e di tenere in esercizio), la capacità di parlare di sé e la realtà circostante, di trasmettere le proprie sensazioni e i propri sentimenti, di interpretare le reazioni e gli stati d’animo altrui. E, di conseguenza, permette di ridurre la distanza rispetto ai nostri simili, migliorando la capacità di convivere, interagire, cooperare-La letteratura è un’officina e una palestra della lingua e dell’immaginario: e, insieme, una ginnastica virtuale della coscienza.

Molto interessante è la recente scoperta che quando leggiamo si attivano i cosiddetti “neuroni-specchio”, ossia la categoria di cellule nervose che appaiono attivarsi quando un soggetto osserva un altro compiere un’azione. Sulle basi neurali dell’atto di leggere, alla luce delle indagini condotte con la cosiddetta fMRI, Stanislas Dehaene I neuroni della lettura, Cortina, Milano 2009.


Cosa possiamo fare con il fuoco? Mario Barenghi.

Sulla nascita del linguaggio

“Una teoria sulla nascita del linguaggio umano decisamente più persuasiva di quella ingenuamente (o spudoratamente) maschilista della caccia è stata formulata di recente dalla paleoantropologa americana Dean Falk. Questa, in breve, la sua tesi. Una delle conseguenze del bipedismo fu senza dubbio una maggiore difficoltà per il piccolo di tenersi aggrappato alla madre, come avviene tra i gorilla o gli scimpanzé, sia a causa della postura eretta, sia perché i piedi non sono prensili come le mani. Di conseguenza, le madri avranno dovuto sostenere i piccoli per evitare che cadessero. Ma questo limitava molto la sua attività. Quindi per adempiere ad alcune funzioni fondamentali, come la raccolta del cibo (erbe, radici, frutti) si trovarono costrette a introdurre una prassi nuova, dagli effetti dirompenti: quella di posare il piccolo a terra. Di qui la necessità di surrogare il contatto fisico diretto con un’altra forma di prossimità. E ricorsero alla voce. (…) L’effetto è un incremento poderoso della coesione sociale. Impareggiabile è infatti la forza sociopoietica del linguaggio: letteralmente, con le parole si costruisce un intero mondo sociale-quindi, il mondo. Sia pur in chiave simbolica, molte culture hanno rappresentato questa profonda consapevolezza. (…)

Uno dei pregi maggiori della teoria della Falk è di render conto del fatto che sia il linguaggio, sia la musica hanno nella nostra psiche risonanze straordinariamente profonde. C’è un punto nascosto del nostro sistema neurologico che serba traccia delle emozioni di un indifeso cucciolo di primate, solo in mezzo all’erba, tutto proteso ad ascoltare la cantilena sommessa della madre, che ha perso di vista (e di cui teme forse di perdere anche la traccia olfattiva).

Un curioso, ma doveroso corollario è che la tesi della Falk riporta in auge l’antica idea vichiana di una comune genesi della parola e del canto. Il Vico partiva dall’idea che l’emissione di vocalizzi è più semplice rispetto alla fonazione articolata: tant’è che i balbuzienti, che s’inceppano quando devono parlare, sovente cantano senza difficoltà. Così i nostri progenitori, in origine privi di favella, “dovettero dapprima, come fanno i mutoli, mandar fuori le vocali cantando; di poi, come fanno gli scilinguati, dovettero pur cantando mandar fuori l’articolare di consonanti”.

Merita inoltre di essere sottolineato che quanto sostiene Dean Falk è a mio avviso perfettamente compatibile con un’altra suggestiva ipotesi, avanzata una decina d’anni or sono da Michael Corballis: la connessione originaria fra parola e gesto. Anche l’idea di fondo di Corballis, come quella della Falk, implica un capovolgimento concettuale. (…)

All’origine ci sarebbe stata una comunicazione gestuale e mimica che coinvolgeva l’intero corpo, a cominciare, naturalmente, dalle mani. In questa fase le emissioni vocali avrebbero giocato un ruolo subalterno di rafforzamento e accompagnamento rispetto ai movimenti corporei (mani, dita, braccia), alle espressioni del volto, alla postura. In seguito la voce avrebbe acquistato progressivamente rilievo, passando da una funzione ausiliaria e complementare a un ruolo sempre più autonomo. Detto in altri termini, il linguaggio verbale si sarebbe sviluppato non per accrescimento, ma per sottrazione. I nostri antenati avrebbero gradualmente convenuto che la voce poteva bastare, in qualche circostanza: sì che al gesto e alla mimica facciale abbinati ad un verso sarebbe subentrato il solo verso, definito in maniera sempre più chiara, sempre meglio articolato.

Cosa possiamo fare con il fuoco?, Mario Barenghi.

“All’origine della nostra specie ci sarebbe un atto di determinazione eroica, un’impresa nobile, grandiosa, luminosa. Se poi ci volessimo soffermare sulle varianti del mito [di Prometeo], che in quanto tale è intriso di ambiguità, dovremmo sottolineare l’opposizione fra intelligenza e trasgressione: nella rappresentazione della vicenda di Prometeo l’accento può cadere ora sulla lungimiranza della sua iniziativa, ora sulla disobbedienza alla volontà divina. (…) Certo è che il nome “Prometeo” contiene la radice di “imparo”: prometheus vale “colui che apprende prima”, in opposizione allo sventato fratello Epimeteo, che agisce d’impulso, senza riflettere (…). Non meno singolare è l’aggettivo che è stato tratto dal nome, a riassumerne la cifra morale: “prometeico” designa l’atteggiamento audace e fiero di chi non esita a sfidare forze superiori per una causa magnanima. (…) l’audacia è tutt’uno con la coscienza, la volontà di insorgere nasce da un’intenzione lucida e consapevole. Fatto sta che l’origine dell’umanità viene rischiarata da un bagliore insieme fisico e mentale, materiale e simbolico. Il fuoco, rapito dal fulmine di Zeus, rinvia al fulgore dell’intelligenza grazie alla quale l’uomo è diventato uomo.”.

Cosa possiamo fare con il fuoco? , Mario Barenghi.

La tigre assenza, Cristina Campo.

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

La natura rivoluzionaria dell’artista

Per merito della geniale capacità descrittiva di Tolstoj, l’epoca della preparazione della rivoluzione nel paese oppresso dai proprietari feudali, rappresentò un passo in avanti nell’evoluzione artistica di tutta l’umanità.

Lenin

Giustamente dice Checov, e proprio a proposito di Tolstoj, che impostare giustamente un problema e risolverlo sono due cose differenti; l’artista ha un bisogno assoluto soltanto della prima cosa: E la giusta interpretazione del problema in Tolstoj non dev’essere intesa in un senso puramente immediato. Ciò che importa non sono le idee confuse e romantiche proposte dall’eroe di un suo romanzo giovanile (Un mattino di un proprietario), non è il carattere fantastico e utopistico dei suoi piani per redimere il mondo. O, per lo meno, ciò che importa ed è essenziale, non sono “soltanto” queste cose. A queste è organicamente collegata la reazione dei contadini di fronte  a questi piani di redenzione, la loro ostile diffidenza, quella loro prima idea istintiva che anche il nuovo progetto del proprietario non può essere altro che un nuovo inganno, anzi, un inganno tanto più astuto, quanto più si nasconde in vesti sublimi: solo in questo senso possiamo acconsentire a ciò che Checov dice sulla giusta impostazione tolstoiana dei problemi.

La giusta impostazioe dei problemi, in Tolstoj, consiste in questo: che in tutta la letteratura mondiale, nessuno prima di lui ha descritto in un modo così espressivo e concreto “le due nazioni”. La grandezza paradossale di Tolstoj consiste nel fatto che, mentre la sua consapevole concezione del mondo tende a far cessare, sul piano religioso e morale, quella rigida e recisa divisione in due della società, nelle sue opere d’arte la realtà illustrata con una spietata veridicità smaschera questo piano favorito del poeta. L’evoluzione di Tolstoj percorre un cammino notevolmente complesso; molte sue illusioni svaniscono, molte altre nascono al loro posto. Ma dovunque Tolstoj crei da grande poeta, egli rappresenta sempre l’inconciliabile scissione delle “due nazioni”: quella dei proprietari e quella dei contadini.

(…)

Col passare degli anni, Tolstoj ha cambiato tutti i suoi mezzi artistici, esteriori e intimi, si è servito delle più varie concezioni del mondo, rinunciando in seguito ad esse: ma la rappresentazione delle “due nazioni” è rimasta sempre il centro della sua opera.

Solo riconoscendo questo problema descrittivo centrale ci renderemo conto sia dell’affinità tematica, sia del contrasto fondamentale tra Tolstoj e il realismo europeo della sua epoca. Come tutti gli onesti e importanti scrittori di quest’epoca, anche Tolstoj si allontana sempre più dalla classe dirigente, considerando la vita di questa come peccaminosamente vuota, priva di senso e disumana.

Ma gli scrittori dell’Occidente capitalistico, nella misura in cui prendevano sul serio questa loro posizione, si dovevano accontentare del posto dell’osservatore isolato-con tutti gli svantaggi artistici inerenti a questo posto-, perché solo la comprensione della lotta per l libertà del popolo lavoratore avrebbe offerto loro una via di uscita. Tolstoj invece, il russo, nel cui paese la rivoluzione borghese era ancora all’ordine del giorno, illustrando la rivolta dei contadini contro lo sfruttamento dei proprietari, descrivendo le “due nazioni” della realtà russa, è potuto diventare l’ultimo grande scrittore realista borghese della sua epoca.

Saggi sul realismo, Gyorgy Lukacs.

L’anatomia della malinconia, Richard Burton

 

Pittura nera, Goya

“Tra i vari cordiali e alterativi, il rimedio più efficace mi pare sia un bicchiere di vino o una bevanda forte, sempre che se ne faccia un uso sobrio e opportuno. Il vino rende un uomo audace, forte e coraggioso; se lo si beve con moderazione aguzza l’ingegno e (come dice Plutarco) fa sì che quanti sono solitamente depressi sentano l’umor malinconico esalare ed evaporare come incenso; e (aggiunge Senofonte) si sentono vivificare come l’olio fa con il fuoco. Mattioli, commentando Dioscoride, lo definisce un ottimo cordiale, un nutrimento eccellente atto a rinvigorire il corpo; esso dà un bel colorito, rinvigorisce l’età, aiuta la digestione, fortifica lo stomaco, elimina le ostruzioni, sollecita l’urina, fa espellere gli escrementi, favorisce il sonno, pulisce il sangue, elimina flatulenze e veleni freddi, attenua, assottiglia e dissipa i vapori densi e gli umori fuligginosi. E, soprattutto, e questo è di particolare attinenza al mio discorso, scaccia paure e pene,

“Evio dissipa le preoccupazioni che divorano (Evio era uno dei nomi di Bacco).

Ciò rallegra il cuore dell’uomo (Salmo 104, 15); la dolce aiuola dell’allegrezza; la coppa di Elena, il nettare degli dei o l’autentico nepente di Omero, che discaccia preoccupazioni e pene, secondo l’opinione di Oribasio e di altri autori non era altro che una coppa di buon vino; esso cancella le differenze tra un re e un orfano, tra lo schiavo e l’uomo libero, tra il ricco e il povero, volge i pensieri di ognuno alla gioia e all’allegrezza, porta un uomo a dimenticare pene e debiti, gli arricchisce il cuore e lo induce a parlare con eloquenza. Infonde vita, levità di spirito, arguzia, ecc. Per questo motivo, gli antichi chiamarono Bacco Liber pater a liberando e facevano sacrifici a Bacco e a Pallade su un solo altare. Il vino, bevuto in maniera moderata, e al tempo giusto, dona allegria e gioia allo spirito, allieta Dio e gli uomini, ; Bacco colui che dà gioia; esso fa danzare una vecchia e fa sì che quanti vivono nell’infelicità scordino ogni loro male  siano allegri.

Bacchus e afflictis requiem mortalibus affert,

Crura licet duro compede vincta forent.

Il vino dà riposo a un’anima inquieta,

sebbene i piedi siano oppressi dai ceppi.

Secondo Plutarco, quando Demetrio cadde nelle mani di Seleuco e fu portato prigioniero in Siria, trascorreva il tempo giocando a dadi e bevendo, sì da dar sollievo alla sua mente oppressa ed evitare di rimuginare continuamente sulla sua condizione, che invero gli era causa di tormento. Per questo, Salomone (Proverbi 31,6) ordina che si dia del vino da bere a colui che sta per morire e a colui che ha il cuore ricolmo di pena; si che, bevendo, dimentichi la propria miseria e non ricordi più la propria infelicità. Libera dal peso gli animi afflitti, esso dà sollievo a un’anima oppressa, non v’è nulla che sia più rapido o migliore; ne era ben consapevole il profeta Zaccaria, quando disse che, al tempo del Messia, gli abitanti di Ephraim sarebbe stati pieni di gioia e il loro cuore si sarebbe rallegrato come avessero bevuto del vino. Tutto questo m’induce a lodare la deliziosa descrizione di un banchetto che si legge in Bartholomew di Glanville: dopo che le preghiere furono recitate, che le mani furono lavate e i commensali furono sufficientemente allegri grazie a buoni discorsi, musica dolce e cibi squisiti, exhilarationis gratia, pocula iterum atque iterum offeruntur, come corollario per concludere il banchetto e per tener viva l’allegrezza, fu offerta un’ultima coppa per rendere i cuori ancora più lieti; e tutti brindarono, ancora e ancora, alla saluto l’uno dell’altro. (…) Le bevande sono un rimedio semplice e ben accessibile, un rimedio comune, a buon mercato e sempre pronto, utile contro paura, gli assilli a quei pensieri fastidiosi che ingombrano la mente, come zolfo messo nel fuoco, esse illuminano di colpo lo spirito. Non esiste medicina migliore per un uomo malinconico e che riesce a stare in buona compagnia a far baldoria non ha bisogno di altre medicine, basta questo. Il suo connazionale  Avicenna, si spinge ancora oltre e sostiene che colui che ha la mente turbata, o è malinconico, non deve limitarsi a bere ma deve arrivare a ubriacarsi qualche volta: un rimedio invero eccellente per questa e molte altre malattie. Maino de’ manieri, afferma che i  malinconici dovrebbero ubriacarsi almeno una volta al me se (…) La stessa opinione esprime il filosofo Seneca nel libro de tranquil.animae, talvolta è un bene ubriacarsi, aiuta ad allontanare pene e preoccupazioni; e quindi conclude il suo trattato con una coppa di vino, (…) se bevuto in eccesso, anziché render felici distrugge corpo e anima, fa girare la testa e porta afflizione nel cuore. (…)

I turchi hanno una bevanda chiamata Coffa (essi non usano il vino), che prende il nome da una bacca nera come la fuliggine e altrettanto amara (è simile alla bevanda nera che era in uso presso i Lacedemoni, e forse si tratta della medesima) essi la sorseggiano di continuo e la bevono tanto calda quant’è possibile; trascorrono molto tempo nei locali del Coffa, che sono qualcosa come le nostre birrerie e taverne, e là se ne stanno seduti a chiacchierare e a bere, per ingannare il tempo e stare allegri in compagnia, poiché, per esperienza, sanno che questa bevanda, usata in questo modo , aiuta la digestione e rende vivaci. Alcuni, per ottenere il medesimo scopo, prendono l’oppio.

Ho già parlato della borragine, della melissa, dello zafferano e dell’oro; Montalto, consiglia le radici aromatizzate della scorzonera. Garcia de Orta cita un’erba chiamata Datura che se si mangia, per le successive ventiquattr’ore allontana ogni assillo e induce al riso e all’allegria; e un’altra, chiamata bhang, il cui effetto è simile a quello dell’oppio e che fa entrare in uno stato che si può definire d’estasi e induce a ridere sommessamente.

(…)

Dopo aver usato tutti i mezzi  e gli aiuti forniti dai rimedi alternativi, preventivi e purgativi, rimarranno sempre, però, alcuni aspetti negativi da correggere e cui rimediare, come l’insonnia, gli incubi, le vampe di calore sul viso, l’arrossamento della pelle cc.

L’insonnia, causata da assilli che non cessano, da paure, pene, dalla secchezza del cervello, è un sintomo che molto affligge le persone malinconiche; e per questo deve essere curata con gran celerità sì da procurare, con ogni mezzo, il sonno, il quale talvolta è un rimedio sufficiente per sé stesso, senza l’ausilio di farmaci.

Schenck, nelle sue osservazioni, riporta l’esempio di una donna che fu guarita proprio in questo modo. I mezzi per procurare il sonno possono essere o interni o esterni. Quelli interni sono i semplici oppure i composti; i semplici come il papavero, la ninfea, le vuiolette, le rose, la lattuga, la mandragola, ecc… I composti sono gli sciroppi, o gli oppiacei, lo sciroppo di papavero, di violette (…)

I contadini sono soliti preparare una bevanda a base di latte, vino e di semi di canapa; nel suo erbario, Fuchs lo sconsiglia assolutamente ma io ne ho visti i buoni effetti e può essere usata quando non si hanno a disposizione medicine migliori.

Il laudanuma Paracelsi è prescritto in due o tre grani (…) L’oppio stesso è, la maggior parte delle volte, usato per via esterna come una pallina di una dracma da inalare, mentre i turchi, solitamente, ne prendono la medesima quantità ma dotto forma di un cordiale; a Goa, poi, nelle indie, la dose è di quaranta o cinquanta grani.

Richard Burton; Quinta del sordo; Goya

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