Il linguaggio nel corpo oltre il tempo lineare

L’artista spezza la linea (illusoria) del tempo, “ogni scrittore crea i propri precursori, la sua opera modifica la nostra concezione del passato, così come deve modificare il futuro. In questa correlazione l’identità o la pluralità degli uomini non ha alcuna importanza” (Borges). “ I suoni che sono nella voce sono simboli delle affezioni che sono nell’anima, e i segni scritti lo sono dei suoni che sono nella voce” (Aristotele).
Lo psicologo e fisico tedesco Wolfgang Kohler “negli anni quaranta del Novecento aveva condotto un esperimento presso le popolazioni prelinguistiche delle isole Tenerife mostrando ai soggetti due figure astratte, l’una dai contorni appuntiti e l’altra curvilinea, chiedendo loro di assegnare a ciascuna una parola nonsense da scegliere tra takete e maluma. I risultati dei test avevano evidenziato come la maggior parte degli individui associasse sorprendentemente maluma alla forma arrotondata e takete a quella appuntita. In tempi recenti l’esperimento è stato ripetuto utilizzando una figura che ricorda una macchia d’inchiostro e un’altra che assomiglia a un pezzo di vetro frastagliato, da accostare alle parole bouba o kiki: in questo caso, addirittura il 98 per cento degli intervistati ha scelto bouba per la forma “morbida” della macchia d’inchiostro e kiki per la forma appuntita del pezzo di vetro. I risultati di questi esperimenti suggeriscono che esiste una profonda connessione tra stimoli uditivi e stimoli visivi, per cui è lecito ipotizzare che i contorni arrotondati della prima immagine mimino metaforicamente i movimenti graduali delle labbra nel produrre la modulazione del suono /bouba/ così come viene rappresentato nei centri di ascolto del cervello, mentre i movimenti della lingua nel pronunciare kiki sembrano ricalcare il cambiamento repentino nei contorni ella figura frastagliata”, da ciò  possiamo trarre la conclusione che: “le relazioni tra i sensi si riversano come un fiume incandescente sul linguaggio. Lasciandovi un’impronta indelebile -l ’impronta del corpo sui codici semiotici. (…)
Gli approcci tradizionali considerano il sistema motorio come una parte del sistema nervoso deputata alla programmazione e all’esecuzione dei movimenti, identificando la comprensione delle azioni altrui con un atteggiamento di tipo induttivo, come quando osserviamo un bicchiere in bilico su una mensola e ci aspettiamo che prima o poi cadrà-dunque con un’inferenza logica sugli aspetti visivi di ciò che si osserva. Al contrario, le scoperte fatte negli ultimi anni hanno rivelato che osservare le azioni altrui vuol dire registrarle nel nostro sistema visivo per poi riversarle, “mapparle”, sulle nostre rappresentazioni motorie: le comprendiamo in quanto ne abbiamo un’esperienza diretta, benché simulata.”. (Retorica e scienze neurocognitive, Stefano Calabrese)

L’io

L'Io, Io questo io che rotola nelle pieghe dell’essere
mutevole distratto bulimico sorprendente pacato
gonfia le fauci di urlo inespresso
che dica ancora ed ancora io. E
la rivoluzione non viene ed io?
Si imbratta di melma, di cadute
inciampate volute, di tonfi ingombri
si perde ritorna e guarda –si volta
di getto- sé stesso. Un gesso imbiancato
grottesco di un io che rimane
involucro vuoto a rimirar
sé stesso.

20 luglio 2016

Il pensiero di tutti i viventi

“Quali animali sono capaci di sensazioni e pensiero?

È possibile attribuire simili capacità alle piante? Si può pensare addirittura che tutta la materia dell’universo sia in qualche modo senziente?(…)

Nel riconoscere una semiotica comune ai viventi Kohn raccoglie l’eredità di antropologi come Terrence Deacon, risalendo per questo tramite fino a uno dei fondatori della scienza semiotica: Charles Sanders Peirce. Per Peirce – siamo di nuovo a fine Ottocento – i segni non sono soltanto “simboli”, come quelli impiegati nella comunicazione umana, ma ci sono segni naturali come gli “indici”, che rappresentano qualcosa per qualcuno senza bisogno di un codice linguistico. Per esempio, l’improvvisa caduta di un albero indica a una scimmia la presenza di qualcuno e induce un comportamento protettivo. Il fatto di entrare in relazione in un processo semiotico permette di riconoscere l’esistenza dei “sé”. Riecco – con lo stesso esempio delle scimmie – la tesi di Campanella sull’intelligenza animale. Ma Kohn va oltre: tutta la vita è un processo semiotico, poiché anticipa il futuro in base a segni. Questo non vale solo per i comportamenti complessi degli animali, che seguono tracce per cacciare, si mimetizzano per sopravvivere o si mettono in volo al tramonto per raccogliere frutti o accoppiarsi. Anche le piante entrano in relazione semiotica, reagendo a segnali fisici e chimici, e in tal senso “sono dei sé”, “sono animate”. Non solo: la stessa attività simbolica a noi familiare è radicata in “processi più fondamentali – materiali, energetici e auto-organizzati da cui [essa] emerge”, per cui Kohn descrive il mondo in cui viviamo come “un’ecologia di sé disparati ed emergenti”. I nostri discorsi, insomma, non sono che uno strato particolare di un immenso e universale processo di comunicazione che caratterizza gli esseri viventi. Ecco il nesso uomo-natura che il dualismo “recide”, e che la visione amazzonica invece conserva come intuizione fondamentale.(…)robabilmente un granchio si sentirebbe oltraggiato personalmente se potesse sentirci classificarlo senza difficoltà o scuse come un crostaceo, sbarazzandoci di lui in questo modo. «Io non sono quella cosa lì», direbbe, «io sono ME STESSO, ME STESSO soltanto».

In questa provocatoria presa di parola, Godfrey-Smith trova la rivendicazione di un “punto di vista” soggettivo degli animali, che caratterizza la sua ambiziosa ricerca. La sua intenzione è ripercorrere tutta la ramificazione delle specie per trovarvi l’evoluzione della mente. La prospettiva è quella di un materialismo biologico di impronta evoluzionistica, radicalmente opposto al dualismo di mente e corpo, per cui non si tratta nemmeno di spiegare come la mente emerga dal corpo, poiché – per prendere il caso di un animale come l’uomo – i processi nervosi “sono menti”. Si tratta piuttosto di capire a quali specie di organismi sia plausibile attribuire facoltà mentali, a seconda della conformazione dei loro corpi. (…)

Godfrey-Smith si posiziona in questo quadro partendo da una certezza sulle capacità sensoriali dei viventi:

Tutte le forme di vita cellulari conosciute, compresi i minuscoli batteri, hanno una qualche sensibilità nei confronti del mondo esterno e rispondono ad esso. La sensibilità, almeno nelle sue forme elementari, è antica e ubiquitaria.

Si tratta di una affermazione che fonda la sua validità generale sul fatto che le correnti elettriche negli organismi possono fungere da “segnali” che collegano l’organismo stesso con l’ambiente. Ma è anche un’affermazione generica: “una qualche sensibilità”, ma quale? Prima di tutto, per discriminare i diversi casi, Godfrey-Smith elabora una teoria di origine pragmatista, già riproposta alcuni anni fa da Susan Hurley: percepire non è mai separabile dall’agire. Ciò che gli esseri viventi percepiscono orienta ciò che fanno, e il modo in cui si muovono per agire modifica quel che percepiscono. Da questo punto di vista, organi sensoriali e organi di movimento sembrano essersi evoluti congiuntamente per raggiungere comuni scopi. Non si può definire la percezione senza considerare come sono fatti e cosa fanno i corpi.

È questa una delle ragioni per cui Godfrey-Smith ha dubbi sull’attribuzione di sensibilità delle piante. Come sostiene in Metazoa, l’azione di un organismo si sviluppa come movimento coordinato dell’intero organismo, e questa sarebbe l’origine del senso di un “sé” come prospettiva individuale sul mondo. Ma le piante, a differenza degli animali, hanno una struttura modulare, in cui le parti sono spesso separabili senza danno per l’organismo, per cui anche la percezione e i movimenti sembrano altrettanto separabili, rendendo meno plausibile l’ipotesi che una pianta abbia un “sé”. Inoltre, per quanto riguarda l’analogia posta in botanica tra sistema neurale e ramificazioni interne ai tessuti delle piante, in un recente articolo Godfrey-Smith sottolinea una distinzione tra i diversi “modi di interazione tra cellule”, opponendo “influssi rapidi, e diretti verso un bersaglio” dei neuroni a “schemi più diffusi di influsso che risultano nel rilascio e nell’assunzione di sostanze chimiche senza un’organizzazione per proiezioni e sinapsi”. Insomma, per Godfrey-Smith le piante, benché capaci di percepire e interagire con l’ambiente, sembrano aver preso un cammino evolutivo radicalmente diverso. Gli alberi, per esempio, hanno una ricchissima capacità di percepire l’ambiente e interagire con altri organismi, ma dobbiamo rinunciare all’idea affascinante e toccante che un albero che per secoli domina una radura che ci capita di visitare sia un sé. Eppure anche qui la prudenza scientifica prevale: la ricerca in corso potrebbe cambiare le cose, per cui – ammette Godfrey-Smith – “non sono affatto certo dall’assenza di esperienza” nelle piante.

In ogni caso, per Godfrey-Smith, l’evoluzione biologica di corpi dalla conformazione diversissima rende inappropriato parlare dell’emergere della mente al singolare.”.

Paolo Pecere

Col sangue agli occhi

George L. Jackson

“Sono stato in rivolta per tutta la vita, scrisse in una sua lettera. E per un giovane nero, cresciuto nel ghetto, la prima rivolta è sempre il crimine. George ebbe la sua prima esperienza con la legge americana a quattordici anni, quando fu arrestato a Chicago per il furto di una borsetta. […]

“La primissima volta fu come morire. Soltanto per esistere in gabbia occorre un grosso riadattamento psichico.

Quella di essere catturato era sempre stata la prima delle mie paure. Può darsi che fosse innata. Poteva essere una caratteristica acquisita nel corso dio secoli di schiavitù nera.” (I fratelli di Soledad. Lettera dal carcere di George Jackson).

La svolta decisiva della sua vita si ebbe quando

“…scoprii Marx, Lenin, Trockij, Engels e Mao, e ne fui redento. Durante i primi quattro anni non studiai altro che economia e discipline militari. Conobbi i guerriglieri neri, George “Big Jake” Lewis, e James Carr, W. L. Nolen, Bill Christmas, Terry Gibson e molti, molti altri. Tentammo di trasformare la mentalità del criminale nero nella mentalità del rivoluzionario nero.” (I fratelli di Soledad. Lettera dal carcere di George Jackson).

“Dobbiamo stare insieme. Dobbiamo essere in condizione di dire ai porci che se non ci servono il mangiare quando è ancora caldo, e se non ci distribuiscono il sapone in tempo, ognuno nella fila comincerà a tirargli in testa qualcosa, e allora le cose cambieranno, e potremo vivere meglio. Ma se continuiamo a combatterci gli uni contro gli altri, un’unità del genere non ce l’avremo mai. Lo dico sempre ai fratelli che ci sono alcuni, tra questi bianchi, che vogliono lavorare con noi contro i porci. Basta che la smettano con le loro chiacchiere da biancuzzi cretini. Se si va avanti con gli scontri razziali, l’unica cosa che ne esce fuori sono dei gruppi fanatici che si combattono tra di loro. Ed è proprio quello che i porci vogliono.” (Intervista inedita.

Primo Levi e la chiralità

“in uno scritto dal sapore scientifico, pubblicato in una rivista di divulgazione e cultura nel 1984, l’ex chimico Primo Levi-è andato in pensione un decennio prima per dedicarsi alla scrittura-ragiona sul rapporto tra asimmetria e vita. E’ la ripresa di un problema che aveva affrontato nella sua tesi di laurea, L’inversione di Walden, che, per via delle leggi razziali, aveva dovuto terminare in modo affrettato e incompleto. Questo saggio è, seppur nella forma dell’estratto e del sunto, e privo della parte sperimentale, la sua vera tesi, quella che lo scrittore redige dopo esser passato attraverso l’esperienza asimmetrica del Lager e averne a lungo ragionato con se stesso e con gli altri. Levi espone il problema che lo ha a lungo interessato: per quale ragione tutti “i protagonisti del mondo vivente (le proteine, la cellulosa, gli zuccheri, il Dna) sono tutti asimmetrici”? Da scienziato egli non può fare a meno di costatare che” l’asimmetria destra-sinistra è intrinseca alla vita. Coincide con la vita; è presente, immancabile, in tutti gli organismi, dai virus ai licheni alla quercia al pesca all’uomo.

Il fatto non è banale. Ha sollecitato la curiosità di molte generazioni di scienziati. Il tema, scrive, è quello della “causa finale” (Aristotele) o, in “termini moderni, quello dell’utilità adattitiva dell’asimmetria”. Levi […]arriva anche a ipotizzare il tema dell’antimateria, la presenza di un simmetrico dell’acido lattico destro o della mano sinistra terrestre nel “reame lontano dell’antimateria” (Levi, come Alice, è forse passato, seppur per breve tempo, dall’altra parte dello specchio, nel regno asimmetrico della morte?) Nelle ultime righe parla della “chiralità” dell’universo, o solo della nostra galassia, come un fatto sconvolgente, insieme drammatico ed enigmatico.

Tratto da Primo Levi. L’asimmetria e la vita, a cura di Marco Belpoliti.

la stereochimica è stata la base per spiegare la struttura e la reattività delle molecole. E che ancora oggi è fondamentale per studiare le funzioni delle molecole biologiche. E già, perché è la forma in 3D, ovvero nello spazio, che assume una molecola biologica a determinare, quasi sempre, l’attività chimica di una molecola. È solo la forma che assume nello spazio che consente a una proteina di diventare un enzima. Proprio la distribuzione nello spazio delle catene di amminoacidi che determina la peculiarità dell’enzima per il proprio substrato.
A ben vedere non è strano che la stereochimica in 3D abbia una notevole importanza in natura. Quello che è invece più inatteso è che la natura compie delle scelte, delle vere e proprie rotture di simmetria: spesso sceglie uno e uno solo dei due enantiomeri possibili. È la cosiddetta asimmetria sterica. Nello spazio teorico della chimica, per esempio, gli amminoacidi esistono in due forme enantiomeriche, L e D. Ma, chissà perché, gli amminoacidi presenti in tutti gli organismi viventi sono solo enantiomeri L. E così le proteine sono formate tutte da amminoacidi L. Anche gli zuccheri sono formati dalla molecole con la medesima chiralità. Di conseguenza anche gli acidi nucleici sono costituiti da basi che hanno la medesima forma enantiomerica.

Dalla plastica ai farmaci, quando la scienza imita la natura

Perché la natura operi (o abbia operato in passato, in un accidente poi congelato) una simile rottura di simmetria non è chiaro. E, forse, non lo sarà mai. Di fatto esiste. Ecco perché è decisivo, per chiunque tenti di imitare la natura – copiando una molecola e modificandola o inventandola ex novo per farne un nuovo materiale o un farmaco – saper creare l’enantiomero giusto e soprattutto tener presente che la biosfera è un ambiente intrinsecamente chirale.
La struttura delle molecole in 3D è importante anche fuori dalla biosfera. Per esempio nel mondo delle molecole artificiali, come insegna la vicenda del polipropilene e il giusto tributo che Giulio Natta e Mario Farina hanno inteso dedicare alla stereochimica. Non è un caso che ancora oggi, a una delle frontiere più avanzate della chimica, quella supramolecolare, la stereochimica si intrecci con la geometria e la topologia nel tentativo di progettare vere e proprie macchine molecolari.

Da https://www.scienzainrete.it/articolo/chiralit%C3%A0-quando-materia-%C3%A8-di-destra-o-di-sinistra/pietro-greco/2015-06-22

Holderlin

"Il paradiso è sbarrato e l'angelo dietro di noi, dobbiamo intraprendere il viaggio intorno al mondo per vedere se non ci sia per caso un'apertura dalla parte opposta". L'uomo ha pagato la degustazione del frutto della conoscenza con il dolore dell'individuazione, ma solo percorrendo sino in fondo la via perigliosa della coscienza può riconquistare il paradiso: " [...] dovremmo allora mangiare di nuovo il frutto dell'albero della conoscenza per ritrovare l'innocenza perduta?-Certo, rispose; questo è l'ultimo capitolo della storia universale".

Il marxismo e la critica letteraria, Gyorgy Lukacs

E’ noto che il materialismo storico scorge nella base economica il principio direttivo, la legge determinante dello sviluppo storico. Dal punto di vista di questa connessione col processo di sviluppo, le ideologie-tra cui l’arte e la letteratura- figurano soltanto come superstruttura che lo determina in via secondaria.

Da questa fondamentale constatazione il materialismo volgare trae una conseguenza meccanica ed erronea, e cioè che intercorra tra struttura e superstruttura un semplice rapporto causale, in cui la prima fa soltanto da causa e la seconda soltanto da effetto. Agli occhi del marxismo volgare la superstruttura è un effetto causale, meccanico, dello sviluppo delle forze produttive. Invece il metodo dialettico ignora completamente siffatti rapporti. La dialettica contesta che esistano in qualche parte del mondo rapporti da causa ed effetto puramente univoci; anzi, riconosce nei fatti più semplici la presenza di una complessa azione e reazione di caise ed effetti. E il materialismo storico afferma con particolare insistenza che, in un processo così multiforme e stratificato qual è l’evoluzione della società, il processo totale dello sviluppo storico-sociale ha luogo dappertutto sotto forma di un complesso intrico di azioni e reazioni scambievoli. Solo con un metodo di questo genere è possibile anche soltanto affrontare il problema delle ideologie. Chi veda in esse il prodotto meccanico e passivo del processo economico che ne costituisce la base, colui non capirà nulla della loro essenza e del loro sviluppo e non rappresenterà il marxismo, bensì la caricatura del marxismo.

8…)

Questo orientamento metodologico del marxismo ha l’effetto di attribuire all’energia creatrice , all’attività del soggetto, una parte straordinariamente grande nello sviluppo storico. Il pensiero centrale della teoria marxista dell’evoluzione storica afferma che l’uomo è divenuto uomo, distinguendosi dalla bestia, mediante il suo lavoro. La funzione creatrice del soggetto si manifesta dunque nel fatto che l’uomo-mediante il suo lavoro, il cui carattere, possibilità, grado di sviluppo ecc. sono però certamente determinati da circostanze oggettive, sia naturali che sociali-crea se stesso, trasforma se stesso in uomo. Tale concezione dell’evoluzione storica è mantenuta in tutta la filosofia marxista della società, quindi anche nell’estetica.

(…) Nella storia delle ideologie il materialismo storico-anche qui in netta antitesi al materialismo volgare-riconosce che lo sviluppo è ben lungi dall’andar di pari passo col progresso economico della società in forza di un meccanico e necessario parallelismo. Nella storia del comunismo primitivo e delle società classiste, su cui scrissero Marx ed Engels, non è affatto necessario che ogni ascesa economico-sociale si trascini immancabilmente un’ascesa della letteratura, dell’arte, della filosofia ecc., non è affatto necessario che una società più progredita di un’altra dal punto di vista sociale abbia immancabilmente una letteratura, un’arte, una filosofia più avanzate di questa.

(…) L’economia marxista riconduce infatti le categorie dell’essere economico, che costituisce la base della vita sociale, là dove esse si manifestano delle loro forme reali, come rapporti tra uomini ed uomini e, attraverso questi, come rapporto della società con la natura. Ma contemporaneamente Marx dimostra anche che tutte queste categorie, nel capitalismo, appaiono necessariamente in forme reificate, e celano con questa forma reificata la loro vera essenza, cioè le relazioni tra gli uomini. Nel capovolgimento delle categorie fondamentali dell’essere umano consiste la necessaria feticizzazione della società capitalistica. Nella coscienza dell’uomo il mondo appare tutto diverso da quel che è, deformato nella sua struttura, separato dalle sue vere relazioni. E’ necessario un particolare sforzi del pensiero perchè l’uomo del capitalismo penetri questo feticismo, e perchè, dietro le categorie reificate (merce, denaro, prezzo ecc.) che determinano la sua vita quotidiana, egli comprende la loro vera essenza: le relazioni sociali tra gli uomini.

Ora l’humanitas, cioè l’appassionato studio della sostanza dell’uomo, rientra nell’essenza di ogni letteratura e di ogni arte vera, nè basta, perchè siano chiamate umanistiche, che esse studino con passione l’uomo, la vera essenza della sostanza umana, ma esse debbono contemporaneamente difendere l’integrità dell’uomo contro tutte le tendenze che la intaccano, la umiliano, la deformano. E poichè tutte queste tendenze (innanzitutto naturalmente l’oppressione e lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo) non assumono in nessuna società una forma così inumana come nella società capitalistica, proprio a causa del loro carattere reificato e quindi apparentemente oggettivo, ogni vero artista o scrittore è un avversario istintivo di tali deformazioni del principio umanistico, indipendentemente dal grado di consapevolezza con cui si rende conto di tutto ciò”.

Impariamo a pensare

Impari

""Spesso noi perdiamo di vista il fatto che il nostro cervello non è l'ultima parola in fatto di sistemi nervosi", riflette il neurofisiologo della Georgetown Uniersity Daniel Robinson, in The Enlightened Machine. Come i "rilevatori di insetti" nel cervello di una rana la programmano a interpretare l'universo in termini di insetti e non-insetti, il nostro cervello puo' similmente essere limitato da un insieme finito di preconcetti. (...) Quando i fisici umani, sbirciando nel cuore della materia, "vedono"quark incantati, quark sinistrorsi, positoni, neutrini, antiprotoni, stanno osservando i mattoni elementari dell'universo o le proiezioni del loro cervello? Nonostante la moderna filosofia che ci invita a scoprire il nostro infinito potenziale creativo, il cervello ha le sue limitazioni.".

L’universo della mente

amo a pensare.""Spesso noi perdiamo di vista il fatto che il nostro cervello non è l'ultima parola in fatto di sistemi nervosi", riflette il neurofisiologo della Georgetown Uniersity Daniel Robinson, in The Enlightened Machine. Come i "rilevatori di insetti" nel cervello di una rana la programmano a interpretare l'universo in termini di insetti e non-insetti, il nostro cervello puo' similmente essere limitato da un insieme finito di preconcetti. (...) Quando i fisici umani, sbirciando nel cuore della materia, "vedono"quark incantati, quark sinistrorsi, positoni, neutrini, antiprotoni, stanno osservando i mattoni elementari dell'universo o le proiezioni del loro cervello? Nonostante la moderna filosofia che ci invita a scoprire il nostro infinito potenziale creativo, il cervello ha le sue limitazioni.".Impariamo a pensare.""Spesso noi perdiamo di vista il fatto che il nostro cervello non è l'ultima parola in fatto di sistemi nervosi", riflette il neurofisiologo della Georgetown Uniersity Daniel Robinson, in The Enlightened Machine. Come i "rilevatori di insetti" nel cervello di una rana la programmano a interpretare l'universo in termini di insetti e non-insetti, il nostro cervello puo' similmente essere limitato da un insieme finito di preconcetti. (...) Quando i fisici umani, sbirciando nel cuore della materia, "vedono"quark incantati, quark sinistrorsi, positoni, neutrini, antiprotoni, stanno osservando i mattoni elementari dell'universo o le proiezioni del loro cervello? Nonostante la moderna filosofia che ci invita a scoprire il nostro infinito potenziale creativo, il cervello ha le sue limitazioni.".

Può il cervello…

È questo il domandone:

Dopo tutto, noi stiamo cercando di capire il cervello per mezzo del cervello. Può qualcosa capire se stesso? Può la complessità del cervello capire la complessità del cervello?

Il villaggio operaio di Deir el-Medina

Fonte: wikipedia.

Le maestranze, suddivise in squadre da 60 unità ciascuna (con termine marinaro chiamate “iswt”), raggiungevano il luogo di lavoro percorrendo un sentiero (ancora oggi esistente e percorribile) che passa alla sommità delle alture che delimitano la Valle dei re e su cui sono ancora visibili i luoghi di sosta ove, peraltro, erano posizionate anche le sentinelle che garantivano la sicurezza delle tombe.
Le squadre prestavano servizio per una “settimana” di dieci giorni cui, ritornati a Deir el-Medina, seguiva un “week-end” di due giorni.
È interessante notare che doveva trattarsi di una comunità abbastanza cosmopolita tanto che, su una popolazione maschile lavorativa di circa 100 unità, sono stati riscontrati 30 nomi palesemente stranieri e ben 16 fra templi e cappelle dedicate a divinità locali, come Mertseger, ma anche non appartenenti al pantheon egizio.
Le donne di Deir el-Medina
Considerato che gli uomini erano costantemente lontani dal villaggio per gran parte dell’anno Deir el-Medina doveva essere una comunità principalmente femminile. È interessante rilevare che il livello “scolastico” di tale comunità era di certo elevato: di certo si doveva prevedere, oltre ai normali lavori domestici, il mantenimento del villaggio nel suo insieme anche dal punto logistico e di approvvigionamento cui era intimamente collegato il discorso economico.
Sono note, inoltre, le professioni di alcune di tali donne che spaziano dalle “cantatrici” alle “sacerdotesse” dedicate a vari culti, e doveva essere alta anche l’alfabetizzazione riscontrabile dai molteplici “ostraka” rinvenuti ed identificabili come messaggi inviati ai mariti lavoratori alla Valle dei re. Anche il livello di emancipazione doveva essere garantito se Naunakhe, vedova dello scriba Kenhekhepeshef, poteva disporre dei beni del marito per la distribuzione ai suoi figli di quanto di spettanza.

Il villaggio operaio di Deir el Medina Continua a leggere…

Controvento

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