-Quisquiglie inutili, quisquiglie al vento, visioni folli. Si dirà qualcosa circa la volpe e l’uva-

“Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono, quand’egli regnava nel cielo; come dèi vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni, morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti, ricchi d’armenti, cari agli dèi beati».
Ecco la divina esistenza umana descritta da Esiodo. L’età dell’oro! A chi sostiene l’idea della naturale disposizione dell’uomo alla cattiveria, bisognerebbe chiedere come mai, «fin dalla notte dei tempi», anche un solo uomo ha potuto concepire simili idee, simili concetti, speranze, sogni, nostalgie. Da dove viene fuori questo spirito intimamente umano, così incline alla vita gioiosa – sebbene in modo ancora necessariamente oscuro?”
da Sebastiano Isaia, Eutanasia del dominio
Un dio lo puo’. Ma un uomo, dimmi, come potrò seguirlo sulla lira impari?
Discorde è il senso. Apollo non ha altari all’incrociarsi di due vie al cuore.
Il canto che tu insegni non è brama, non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Quando astri e terra il nostro essere tocca?
O giovane, non basta, se la bocca anche ti trema di parole, ardire nell’impeto d’amore.
Ecco, si è spento.
In verità cantare è altro respiro.
E’ un soffio in nulla. Un calmo alito. Un vento.
Rainer Maria Rilke

 

 

E’ proprio vero, quello che ci arriva dall’ apparecchio radiofonico non sono le notizie, ossia ciò che costituisce lo scheletro dei nostri apparati sociali, non quindi una traslazione immediata del mondo reale  in un mondo ‘virtuale’, privo, ossia, di apparente corporeità, bensì  la coscienza che di esso si ha.

“Stamane le notizie sono lette da Pier Luigi Vercesi, 53 anni, direttore di Sette-Corriere della Sera dal marzo 2012”.

E con lui tutto un rimuginare, mio, sulla distinzione solo formale e profondamente errata tra etica e concretezza.

Un terreno anch’esso molto scivoloso, sul quale rischio, come sempre, di restare per qualche secondo con il deretano per terra con conseguente  e visibile rovinio momentaneo della mia corporeità socialmente rivestita.

Ma è stesso il conduttore della trasmissione che rischia di scivolare non sapendolo (forse).

Perché, secondo lui, l’economia non dovrebbe invadere tutti i campi nei quali l’umano agire si svolge o meglio, non dovrebbe essere così pervasiva e predominante al punto da far passare in secondo piano il fatto che, oltre ad essere un mediatore di rapporti economici, un qualcosa per esempio come la terra o l’acqua o quant’altro di simile, è un bene.

Già un bene, ma solo la parola bene a cosa ci riporta? Dalla lungimiranza e profondità della mia ignoranza viene suggerito alla mia, sempre troppo ingombra, mente che il concetto di bene riporta proprio ‘storicamente’ ad un qualcosa del quale si fa oggetto di rapporti mercantili, il vil denaro, appunto! E  dietro di esso, che si nasconde con accortezza quasi nel tentativo di non farsi subito riconoscere, un rapporto di dominio.

Mi si dirà: “Ma perché dietro il vil denaro si nasconde necessariamente un rapporto di dominio?

Non si puo’ considerare  il vil denaro nient’altro che uno strumento neutro funzionale ad un ordine interno ad una determinata società?

Se consideriamo di immaginare il denaro solo come un mezzo che ha in sé un valore determinato a priori per effettuare sulla piazza sociale uno scambio di prodotti utili alla sopravvivenza di un gruppo sociale (che soddisfino, quindi, i cosiddetti e ‘vituperati’ bisogni umani), si potrebbe liquidare la domanda in modo semplicistico rispondendo affermativamente con un ‘si può’ o meglio con un condizionale ‘si potrebbe’.

Ma cosa diviene il denaro nel momento in cui si fa mediatore di un valore?

 In quel preciso momento il denaro si spoglia della sua natura neutra per trasformarsi esso stesso in una merce scambiabile. Diviene quindi, portatore di un valore astratto slegato dalla funzione del prodotto scambiabile, slegato, cioè dal conseguente senso del bisogno che quel prodotto-merce è chiamato a soddisfare. In questo senso il denaro acquisisce, come vediamo, tutt’altra pregnanza. Per esempio, diventa lo ‘strumento’ mediante il quale l’essere umano  si aliena dai suoi bisogni. E fin qui non mi sembra che ci sia nulla di ‘eticamente’ riplorevole infatti mi sembra di poter affermare con sufficiente serenità che l’alienazione è una delle caratteristiche dell’umanità.

Mi sembra che l’essere umano sempre tende ad alienarsi da sé, sin dal principio della sua esistenza (storica) in questo mondo (storico). Che possiamo sapere, per esempio, noi umani, di quanto non attiene il movimento dei corpi umani (ossia dell’uomo) su questa Terra? Di dimensioni parallele che non mi sembra ci appartengono? Non penso che si possa parlare di dimensioni parallele della quali non possiamo fare esperienza. Almeno non possiamo farlo per quanto attiene alla possibilità di delineare una Storia dell’Umanità. Infatti nel provare a delineare dei fatti inerenti questa storia tutto quanto attiene l’esperienza della concettualizzazione, dell’astrazione, della mitizzazione, della costruzione delle origini, è strettamente legato ai tempi storici che l’essere su due gambe si trovava ad esperire.

In questo lunghissimo arco temporale ci sono delle tracce estirpabili, i cosiddetti fili rossi della storia che ci parlano di una comunanza di sentire e di essere della ‘specie umana’.

Quindi ognuno di noi, in base alla personale costituzione ‘mentale’ e storica, estrapola dei concetti che camminano su sentieri diversi e che conducono a risposte diverse.

Ma ciò che accomuna questa tendenza è il campo di indagine stesso. Da dove si estrapolano i fili rossi (o bianchi, o neri) se non dal fare storico determinato in primis dai rapporti che l’essere umano crea al fine di sopravvivere? Alias di sopravvivere soddisfacendo dei bisogni?

Torniamo al bene di cui su ed al denaro.

Cosa diventa il denaro quando media non solo in modo neutrale come dicevano e pensavano gli economisti classici, il valore tra due prodotti, ma quando nel diventare mediatore acquisisce pregnanza diversa? Diventa merce. E, nel diventare merce, si spoglia di quella presunta neutralità ed apre orizzonti fattuali determinati di ‘dominio’. Così chi ha piu’ merce in denaro ha piu’ potere e lo applica. Come? Instaurando dei rapporti sociali di dominio.

Ora cosa è il bene? Il bene non è una ‘cosa materiale e basta’ come puo’ esserlo l’acqua o la terra. Il bene è quel qualcosa che, entro dei rapporti sociali determinati, puo’ essere soggetto a mercificazione. Viene, per così dire, liberato della sua natura insignificante (per il rapporto sociale impiantato sulla condizione sociale di mercificazione) per acquisire nuove possibilità.

Si dirà che queste precisazioni sono delle quisquiglie e che in qualche modo si dovranno pure differenziare dei ‘beni’ essenziali che appaiono nella loro possibilità poter essere di tutti, dai beni per così dire superflui.

Che, per esempio, un bene come l’acqua è un bene essenziale e che su di esso le grinfie del rapporto sociale di sfruttamento bisogna in ogni modo e con qualsiasi mezzo farle ritirare!

Che senza acqua non si puo’ vivere, così come senza terra o senza aria!

E che all’interno di una società nella quale queste cose possono diventare oggetto di mercificazione da parte di spietati imprenditori, capitalisti o società per azioni mostruose nella loro grandezza tanto da farsi percepire come  mostri a piu’ teste, bisogna ricorrere ad un soggetto mediatore (tipo lo Stato) che puo’ assicurare alla maggior parte delle persone l’utilizzo e il godimento degli stessi, che lo Stato nasce per tutelare gli interessi delle persone, alias dei suoi ‘cittadini’, aggiungo io.

E qui casca l’asino (con tutto il rispetto che io nutro per questo meraviglioso e dolcissimo animale), infatti come si struttura lo Stato? La struttura del suddetto Stato non è infatti quella che si fonda sullo stesso rapporto di dominio, passante tramite la merce-denaro che nasconde rapporti sociali determinati e precisi, di una società? Il problema si ridurrebbe solo alla scelta tra due possibilità che nascondono la stessa opzione?

A questo punto mi chiedo, ma tutti coloro che si oppongono a questo stato di cose presente, compresi quelli che negli anni ’70, ’80 si sono definiti rivoluzionari, quelli che si sono fatti la galera, i cosiddetti irriducibili, così come quelli che, invece, hanno deciso di rompere con il passato e di rivedere la validità della loro storia personale, tutti quelli che si dichiarano antifascisti, che sui social e nella vita corporea si prendono a botte o si riempiono di insulti, quelli che quando guardi le loro bacheche su fb sono piene di ‘mi piace’, di senso estatico di piacere e di ammirazione, quelli che per le strade e nelle piazze di ucciderebbero perché rossi e neri o arcobaleno (no, forse quelli no), quelli che in grosse riunioni pubbliche appena accenni alla radice dei problemi ti si scagliano contro dandoti del fascista o dello stalinista o robe del genere, quelli che se non sei nato col padre operaio e se non ti mostri col fare cattivo di chi ha esperienze nella vita,  quelli che  forti della loro immagine pubblica non pensano su mezza volta prima di ferire a morte moralmente un altro essere umano, insomma tutti questi, tutti quelli, tutti voi, cosa portate?

Chiedo a tutti questi, a tutti quelli, a tutti voi, o a tutti signor tal dei tali o chiedo a nessuno (il che è lo stesso), ma voi ci credete che un Mondo diverso sia possibile? E se ci credete come lo immaginate? Se si guarda alla esperienza, per esempio, della Comune di Parigi, cosa è che vi attrae? E’ piu’ un atteggiamento giustizialista-vendicativo al quale aspirate  o immaginate che alla radice possa essere modificata questa spietata realtà?

Non sembra anche a voi che ormai gli spazi di autonomia dall’aggressione, dallo sfiancamento competitivo, dal chi è piu’ bello degli altri (dato che ormai tutti possiamo essere belli con poca fatica) si siano ridotti all’osso? Non sembra a voi che fuori (chiaramente) dalle aggregazioni nelle quali ciò che vale è parlare tutti la stessa lingua indiscriminatamente, quello che prevale è la lotta di tutti contro tutti?

“[…]ascoltiamo il filosofo di königsberg:

«Benché il desiderio della felicità sia universale, è tuttavia strano che uomini intelligenti abbiano potuto pensare di far valere questa massima come legge pratica universale. Infatti, mentre negli altri casi una legge universale della natura produce un accordo generale, qui la pretesa di conferire alla massima l’universalità della legge produrrebbe l’effetto opposto della concordia, la contraddizione più grave e la distruzione della massima stessa e del fine che essa si prefigge. Infatti il volere di tutti non ha in questo caso un solo identico oggetto, ma ognuno ha il suo (il benessere personale) … Ne risulta allora un’armonia simile a quella che una satira descrive a proposito della concordia fra due sposi che si rovinano … È assolutamente impossibile trovare una legge che raccolga tutte le inclinazioni in un accordo universale».

Kant immagina perciò possibile la «stupenda armonia» solo nell’ambito della sfera naturale, mentre essa nella sfera sociale gli appare come una chimera, il sogno bello e stravagante di qualche buontempone. Il limite insuperabile di Kant, come della stragrande maggioranza degli individui che vivono in questo mondo, consiste nella eternizzazione del pessimo stato di cose esistente, che per questo gli appare un dato di natura, di natura umana. Di qui il pessimismo antropologico, più o meno «cosmico», che si osserva in quasi tutti coloro che hanno riflettuto seriamente sulla condizione umana. Come osserva acutamente lo stesso Kant in uno scritto successivo, «tutte le leggende fanno cominciare il mondo dal bene, con l’età dell’oro, con la vita in paradiso o con una vita più felice ancora in una società di esseri celesti. Ma fanno ben presto dileguare questa felicità come un sogno e subito ci descrivono la caduta nel male, male in cui il mondo precipita, con nostro scandalo, con moto accelerato». Difatti, la religione sorge in un mondo che ha già conosciuto il male, cioè la sofferenza dell’uomo soggiogato dalle leggi naturali e sociali, e anzi di esso ne è il prodotto più genuino e sofisticato, perché l’idea di Dio è chiamata innanzi tutto a dar conto dell’esistenza del male nel mondo, a dargli un senso, persino uno scopo, insomma una ratio. Nonché a lenire la sofferenza che esso produce sempre di nuovo. Per Kant «La legge morale», che per la prima volta fece la sua comparsa nella Sacra Scrittura, «si impose anzitutto all’uomo come proibizione, e tale doveva essere per l’uomo in quanto essere impuro, tentato da inclinazioni».

Da Sebastiano Isaia, Eutanasia del dominio.

Il conduttore diceva qualcosa che esprimeva piu’ o meno questo: se una cosa soddisfa il mio ego, quella cosa diventa mia, e con ciò sembrava voler alludere al fatto che il male si alligni dietro ciò, che questo soddisfacimento egotistico,  rimandante  ad una natura proprietaria del tutto, è l’atteggiamento generatore del male. Ma siamo sicuri che questa affermazione rimanda ad un principio di verità? Siamo sicuri che il male sia nella volontà individuale di soddisfare il proprio ego, quindi dell’avere l’abito piu’ bello , la laurea piu’ in vista, il culo piu’ tosto, le tette piu’ alte, il portamento piu’ altezzoso, la sicurezza maggiormente ostentata come uno dei valori che attestano la maggiore riuscita sociale, il fidanzato piu’ bello, il modo di fare piu’ sicuro, la faccia di corna che piu’ di corna non si puo’ immaginare, siamo sicuri che siano queste cose a rovinarci? Non è forse quello che si nasconde dietro queste cose il problema?

Il problema è che non vengono proposti come in Germania numerosi corsi di Etica, tanto che ormai  si parla di quel Paese come di un paese virtuosissimo dove addirittura nelle metropolitane non ci sono i tornelli ‘come a Milano’, il problema è nella corruzione dilagante? E’ nei ‘modelli proposti dai media’ , negli ‘educatori’ che non sono all’altezza del loro compito, della pedagogia che non riesce a svolgere il suo ruolo?

Ma si puo’ cambiare realmente questo stato di cose?

O, ognuno di noi, è schiavo della comune impossibilità ad immaginare che il mondo non puo’ essere migliore di ciò che è e che ci è dato al massimo di riformarlo e non di rivoluzionarlo!

Eppure quanto vicini siamo dalla possibilità di dare a tutti secondo i propri bisogni e ad ognuno secondo le proprie possibilità.

Ma si sa  la Rivoluzione non è possibile perché ogni tentativo di rivoluzione con la sua punizione corporale (alludo al carcere) ci ricorda che lo Stato o meglio che la Realtà (che poi sia una specifica realtà sociale è dettaglio che si tralascia con una semplicità da lasciar sbigottiti)  è piu’ forte, che noi siamo delle pulci o dei piccoli animaletti politici ai quali è dato di essere solo grazie alla grande Madre o al grande Padre.

Che possiamo protestare, ma nell’ambito di un fare Civile, che possiamo scendere per le strade a marciare compatti mostrando le evidenze della mostruosità sociale nella quale siamo tutti immessi (ed è un dettaglio se questa mostruosità si presenti nell’evidenza di gigantografie di bambini morti, o meglio uccisi), che possiamo liberamente scrivere sulle nostre bacheche di stare in uno Stato di Polizia, o che ne so io, di scrivere che questo è il Peggio del Peggio, che liberamente sulla stessa bacheca puo’ intervenire il tal dei tali qualsiasi ad insultarmi accennando alla libertà d’azione e dicendo il contrario di tutto e tutti dicendo il contrario di tutti rigorosamente, omologati, però, ad aggregazioni che sono alle spalle e che mi danno la forza di esprimermi (altro dettaglio rigorosamente omesso), che posso essere libero e fiero della mia capacità suadente (strumentalmente poi usata affinchè io mi sente il meglio del meglio e non al meglio del sempre piu’ possibile), che sembra di poter fare tutto democraticamente fino a quando, però, oso scendere solo leggermente in superficie rispetto al detto e stradetto stato di cose presente.

E se si osasse di piu’? E se si osasse immaginare realmente che un altro mondo è possibile, che forse non è così necessario azzuffarsi per sentirsi il meglio del meglio, che forse il cambiamento (fatidico) è molto piu’ a portata di mano di quel che sembra?

Che questi benedetti rapporti sociali (ed economici) di dominio sono stati esperiti dall’uomo e che, come tali ed in quanto tali possono essere cambiati?

Certo la Rivoluzione non è un pranzo di gala entro il quale tutto si svolge nelle misure convenute e prestabilite, e al quale sono invitati solo coloro che quelle regole sanno rispettare dimostrando di essere fieri rappresentanti di quella società che il pranzo festeggia, la Rivoluzione è cambiamento del presente e, come tale, evento dirompente, di rottura e potenzialmente ‘sanguinario’ e quindi?

Mi torna alla mente Sebastiano Isaia, Mezzi e fini considerati da un punto di vista umano.

Con questa domanda dismetto i miei abiti da folle che ogni tanto mi permetto di indossare e rientro nella mia, in apparenza banale, a sprazzi meravigliosa ed esaltante, quotidianeità.

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